Nel Lazio il centrodestra non si comporti da Tafazzi

A dare credito ai sondaggi ci sarebbe in Italia un popolo presso il quale il morbo del masochismo sarebbe endemico. Gli abitanti del Lazio sarebbero affetti da una variante mediterranea della sindrome di Stoccolma. Gli algoritmi impostati dal sondaggista Nicola Piepoli per il quotidiano “La Stampa” darebbero, nella corsa per la presidenza della Regione Lazio, la candidata grillina Roberta Lombardi in vantaggio su tutti gli altri sfidanti.

Anche sul favorito Nicola Zingaretti, governatore uscente ed espressione del Partito Democratico “differentemente” renziano. Posto che nella vita tutto è possibile e tante in passato se ne sono viste che niente più desta scandalo, viene da chiedersi se i laziali siano realmente tanto autolesionisti da votare per un’esponente dei Cinque Stelle dopo aver visto all’opera, da sindaca della capitale, Virginia Raggi, icona assoluta dell’incompetenza al potere? Sarebbe uno scenario da incubo, da film apocalittico. Basta girare Roma per annusare l’aria che tira. La raccolta dei rifiuti è stata un flop, il servizio dei trasporti pubblici una tragedia, le periferie stanno come prima, se non peggio. E questo fallimento gestionale dovrebbe essere la base di lancio dalla quale fare decollare la candidatura, vincente, di un’altra grillina?

Ma il Lazio non è solo Roma. Ci sono anche le altre provincie. C’è quella reatina, interessata dagli eventi sismici dello scorso anno. Dov’erano i Cinque Stelle quando c’era da fare sul serio con la persone sotto le macerie del terremoto e della vita? Abbiamo visto molti politici fare a gara per mostrarsi vicini alle popolazioni sofferenti, ma, sarà un nostro limite, non abbiamo memoria di imprese memorabili dei Cinque Stelle nel post-sisma. Comunque, come gli orologi guasti che almeno due volte al giorno segnano l’ora esatta, anche i sondaggi di tanto in tanto ci vedono giusto. Si tratta del “che fare?” per il centrodestra. Comunque la si rigiri se la coalizione non riesce a convergere su una candidatura unica rischia di spianarsi la strada verso il baratro. Com’è accaduto alle comunali capitoline del 2016. Ma se errare è umano, perseverare è da stupidi. Presentarsi agli elettori divisi? Un suicidio, con un’aggravante. Anche per le regionali si vota il 4 marzo. Il che significa che i laziali avranno nelle mani contemporaneamente le schede per il rinnovo dei due rami del Parlamento e quella per l’elezione del presidente e del Consiglio regionale. Come si farà a spiegare alle persone che sul fronte nazionale si è uniti nel proporre un unico programma di governo mentre nel Lazio ognuno va per i fatti suoi? Si corre il rischio di essere spernacchiati dagli elettori. Purtroppo, i precedenti non aiutano.

Già alle Regionali del 2010, quelle del “miracolo” berlusconiano con l’elezione di Renata Polverini, scaricata in piena campagna elettorale dal suo sponsor Gianfranco Fini, l’allora Popolo della Libertà riuscì nell’impresa capolavoro di far escludere la propria lista nella provincia di Roma. I responsabili della presentazione, all'ufficio elettorale del Tribunale, della documentazione relativa alle candidature si erano presentati alla consegna fuori del termine fissato dalla legge. La realtà era che fino all’ultimo le varie anime del Popolo della Libertà avevano litigato sui nomi da inserire in lista. A quello spettacolo, oggi che al centrodestra viene offerta un’altra chance per dimostrare di essere all’altezza del compito di governare il Paese, non vorremmo dovervi assistere. Per di più che, come dicono i sondaggi, ci sarebbero i grillini alle porte. Al momento, in campo ci sono tre opzioni: l’autocandidatura di Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice, quella di Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia, buttato nella mischia da Giorgia Meloni e quella, sostenuta da Silvio Berlusconi, del forzista Maurizio Gasparri.

Ora, Pirozzi ci è simpatico e abbiamo fatto tutti il tifo per lui quando si è trattato di sostenerlo nella battaglia del post-terremoto per difendere il diritto della sua gente a tornare a vivere. Ma, ci domandiamo, saltare all’improvviso dall’amministrazione di un’incantevole paesino della comunità montana del Velino di 2.511 abitanti alla guida di una regione complessa di 5 milioni 882mila residenti censiti al 31 luglio 2014, avendo nel curriculum soltanto la pur esaltante esperienza di allenatore di squadre di calcio semiprofessionistico, non è forse un azzardo?

Per Fabio Rampelli non vale certo il discorso dell’inadeguatezza personale al ruolo. Piuttosto, vi è da considerare il precedente della candidatura alla presidenza della Regione siciliana per la quale Fratelli d’Italia, sponsorizzando il nome di Nello Musumeci, l’ha avuta vinta sul candidato espresso da Forza Italia. È accettabile che il più grande partito della coalizione si presti ovunque sul territorio a fare da donatore di sangue per sostenere candidati di altri partiti, benché alleati? Forza Italia nel Lazio vuole giocare il suo asso: Maurizio Gasparri. Personalità forte e autorevole del centrodestra, Gasparri ha dalla sua una solida esperienza politica e istituzionale. Di carattere fermo, risulta essere particolarmente urticante per i suoi avversari. Il che è un bene visto che di politici che si preoccupano di piacere ai propri nemici i laziali non saprebbero che farsene. Gasparri potrebbe essere la carta vincente per riportare il centrodestra al governo di una delle prime regioni d’Italia, sebbene sconti il limite di essere di fede calcistica romanista. Ma, come si dice, a questo mondo nessuno è perfetto.