Elezioni: solo il nome, niente partito

La stampa, cioè la grande stampa, comincia a puntualizzare qualcosa di più e di diverso dal solito in questa campagna elettorale. Soprattutto nell’osservare le sigle dei movimenti in lizza, ci si è accorti, è proprio il caso di aggiungere un bel “finalmente!”, che è un imperversare di cognomi, di nomi, di indicazioni per dir così personali, al massimo abusando dei fiori, evitando con la massima cura, e quasi sempre riuscendovi, di pronunciare il nome “partito” (infatti noi stessi abbiamo parlato di movimenti) manco fosse foriero di sventure. L’ha rilevato una lettera al nostro giornale (così un tempo si chiamava una mail) che, per l’appunto, mette in evidenza i trionfi nominalisti in corsa per il 4 marzo, senza più il termine di partito, il che la dice lunga su quello che ci aspetta, speriamo nel bene.

Intendiamoci, basterebbe un po’ di storia patria per notare che tale assenza risale ai tempi di Tangentopoli, la leggendaria vicenda che ha tolto di mezzo la Prima Repubblica e che, comunque, risale a un quarto di secolo fa. Cioè quando il combinato disposto di potere dei giudici e di canea mediatica giustizialista ha sepolto sotto una coltre di accuse e di infamie coloro che avevano governato il Paese sottraendolo al giudizio equanime e buttandolo fra le braccia stritolanti di quel fantasma politico, poi materializzato nel nome magico di “nuovo che avanza”.

Si cancella così la Prima Repubblica, fondata per l’appunto sui partiti che avevano fatto e scritto la storia del Paese, a cominciare dalla sua Costituzione ma non solo, con il solo Pci, poi Pd salvato dalla strage giustizialista-giudiziaria che, del resto, è continuata nei confronti di quel Silvio Berlusconi la cui Forza Italia era, innanzitutto, un partito sia pure debitore in toto o quasi al suo nome. E sull’eliminazione di un Cavaliere che è quantomeno risorto dopo quella strage nei suoi confronti, non ci sembra sia stata compiuta, anche dai suoi per dir così iscritti oltre che da tutti o quasi gli altri, una riflessione adeguata e puntuale non fosse altro che per notare il peso decisivo, se non esorbitante, di quell’altro potere (giudiziario) al quale si deve molto non soltanto di quella eliminazione oltre cinque anni fa, ma della fine della Seconda Repubblica, in un continuum sul quale è invalsa l’abitudine, chi più chi meno, di un liquidatorio passa e va, come trattandosi di una puntata inevitabile, se non addirittura necessaria per arrivare alla Terza Repubblica. Dove il nome di partito è praticamente scomparso sussunto in toto o quasi, dal nome, a volte dei leader, dei quali l’ultimo arrivato è Beppe Grillo.

Quanto va dicendo il Cavaliere sul Movimento 5 Stelle è la critica più severa e più lucida, e dunque incisiva e riassuntiva: sono incapaci, inesperti, inadatti allo stesso compito di rappresentanti del popolo italiano, non sanno cosa significa governare, cosa vuol dire la sempre cogente Polis, e dunque cos’è uno stesso partito. Se il loro vero oppositore, con critica politico-storica ripetuta, è Silvio Berlusconi, una ragione ci deve pur essere. E ciò al di là dei reiterati rilievi, a volte pesanti, di tutti gli altri a cominciare da Matteo Renzi, per finire all’ultimissimo Matteo Salvini che in quanto a punture anti-pentastellate era stato uso fin qua a rivolgerle all’alleato Cavaliere. Con Grillo, semmai, si lasciavano intendere possibili convergenze se non alleanze per farla al Berlusconi, come sogghignavano i più duri leghisti, quelli, per intenderci, non amici dello stesso Roberto Maroni. Divenuta così una vera e propria combriccola nel giudizio berlusconiano, quella grillina assume, anche a sentire questi pareri da Arcore, una luce nuova, una specie di rilevanza diversa nel giudizio politico complessivo, di cui, del resto, sapremo soltanto la sera del 4 marzo.

Non è tuttavia che Grillo venga da zero, dal nulla, dall’Italia che non c’è e non c’era. Tutt’altro. E se è qui inutile narrarne la storia oppositoria contra omnes, cioè tutti gli altri, fatta di rabbia, di indignazione, di insulti e di giustizialismo a go-go, è facile tuttavia osservare che le antiche e spesso strumentali critiche anti-Cav. inteso come leader su tutto e su tutti e quindi svuotante, a sentire non pochi, il suo stesso partito, sono silenti e comunque distratte nei confronti di quella creatura di Grillo (e dei due Casaleggio) che non soltanto è qua e là definita il partito di Grillo, ma che di partito non ha praticamente nulla giacché non soltanto la sua struttura per dir così portante ma il suo operato, vedasi l’operaio Di Maio in azione per la scalata Palazzo Chigi per non dire di Raggi, Appendino e quant’altre-i, consiste essenzialmente nella ripetizione a memoria del Vangelo grillino con in più, e in peggio, le varianti imposte, sempre dall’alto, pardon, dall’altissimo, per cui una volta bisogna uscire dell’Euro, un’altra andarsene dall’Europa e come la mettiamo sulle scie chimiche un dì minacciose l’altro lasciate perdere. Quanto a dibattito interno, per il M5S è un termine praticamente inesistente, retaggio, per dire, della Prima e della Seconda Repubblica.

Avanti con la Terza. Ma dove?