Fontana: questione di razza

Attilio Fontana, candidato del centrodestra per la poltrona di presidente della Regione Lombardia, resa contendibile dal prematuro addio alla politica del governatore uscente Roberto Maroni, imbocca il primo tornante della campagna elettorale dal senso di marcia sbagliato.

Parlando agli ascoltatori di Radio Padania, Fontana si lascia andare a una considerazione spericolata: “Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano. Dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o se devono essere cancellate”. Messa così sembrerebbe che il candidato di fede leghista intenda collegare concettualmente la difesa etnica di un popolo al connotato biologico dell’appartenenza razziale. Quel “razza bianca” lanciato senza precauzioni nel discorso lascia presumere, da parte di Fontana, un discrimine da operare in base al colore della pelle. Senza articolarla con un ragionamento che la sostenga, l’asserzione non sta in piedi. E, quel che è peggio, rischia di proiettare il candidato del centrodestra, dal punto di vista delle ascende ideologiche, nelle plaghe infide del pensiero escatologico della razza del quale Alfred Rosenberg, ideologo-guida del nazionalsocialismo hitleriano, fu sommo rappresentante. Se Rosenberg, nel suo “Il Mito del XX secolo”, provò a proporsi come un “moderno Copernico, scopritore della legge universale del sangue che domina i rapporti tra i popoli” (la definizione è di Luca Leonello Rimbotti in “La Profezia del Terzo Regno: dalla Rivoluzione Conservatrice al Nazionalsocialismo”), Fontana non convince nei panni del fautore in chiave aggiornata della cosmogonia zoroastriana della lotta ontologica tra il “Bene”, incarnato dal tipo umano ario del mondo iperborico-solare, di radice indo-europea contro il “Male”, elemento costitutivo dei popoli tellurici del Sud, di natura inferiore.

Probabilmente al mite avvocato di Varese è scappato il piede dalla frizione della sua Porsche. Voleva dire altro, non infilarsi in testa il cappuccio del Ku Klux Klan. È evidente che intendesse riferirsi alla necessità di salvaguardare il principio della diversità delle culture che differenziano e valorizzano il genere umano. Vi sono cose che, sedimentate nel corso della Storia delle civiltà, hanno concorso a rendere armoniche le comunità umane, caratterizzandole. Un occidentale, che si riconosce nella gerarchia di valori, di consuetudini, di tradizioni, di leggi propri della sua civiltà, ha un approccio alla vita e alle relazioni interpersonali e delle priorità esistenziali che non coincidono con quelle di un africano dell’antica stirpe Oromo degli altipiani dell’Acrocoro etiopico o di un mongolo del deserto asiatico del Gobi. Si chiama identità ed esiste una ragione ultramillenaria che ne giustifica e ne autorizza la difesa con ogni mezzo lecito. E non c’è giustificazione alcuna, che non trovi fondamento nell’arroganza della sopraffazione ideologica, alla pretesa della sinistra multiculturalista di voler abolire ogni differenza allo scopo di ridurre l’intera umanità a una massa indistinta di senzienti.

Per Fontana, e non soltanto per lui, l’idea di un’immigrazione fuori controllo che punti, nel lungo periodo, a provocare fenomeni di sostituzione etnica rappresenta il pericolo da alienare dall’orizzonte della nostra civiltà grazie alla forza che promana dal consenso della maggioranza del popolo. Scivolare sull’aspetto biologico-razziale non era proprio il caso e Fontana quel “lapsus” se lo poteva risparmiare.

Tuttavia, al netto del riferimento pasticciato al diritto della comunità ad abitare la terra fertilizzata dal sangue dei padri, la questione dello stop all’immigrazione è tema portante dell’odierna sfida elettorale per cui è cosa buona e giusta che ciascun competitore dica come la pensi. Ora, sappiamo quale sia la posizione del centrodestra, ma sappiamo anche cosa vorrebbero fare i progressisti se dovessero tornare al governo del Paese: lo Ius soli e, come dai proclami della lista + Europa di Emma Bonino, elargire il permesso di soggiorno a 500mila immigrati. Quella invece che non è chiara è la posizione dei Cinque Stelle. Ma questa non è una novità visto che, sulle cose che contano, i grillini non sanno scegliere ma preferiscono mantenersi sul vago: un po’ di qua e un po’ di là per non scontentare nessuno. Peccato però che la politica, la buona politica, sia innanzitutto capacità di scelta nella formulazione di una visione del mondo e coerenza nell’azione quotidiana. Virtù che, visto il curriculum, Fontana possiede senza bisogno di dover ricorrere alle scivolate verbali per dimostrare di essere visibile all’elettorato quanto lo è stato il suo predecessore. A ogni candidato è consentito di giocare un solo jolly nel corso della partita elettorale. Fontana, con l’uscita infelice sulla razza bianca, si è giocato il suo. Sappia che non ne ha altri a disposizione per neutralizzare gli effetti di un successivo svarione. D’ora in avanti faccia attenzione a ciò che dice. Ha voluto la bicicletta per caricarsi sulle spalle la responsabilità di dare continuità a vent’anni e oltre di buon governo della destra in Lombardia? E adesso pedali. Ma nella direzione giusta. Perché ad andare contromano rischia il ritiro della patente.