Dopo Maroni, una Lega a doppia lettura

Diciamocelo, anche la Lega, come tutti i movimenti, non solo ha i suoi pro e i suoi contro, ma denota leaders e situazioni a doppia se non a tripla lettura. Intendiamoci, neppure la Lega, che si era sempre dichiarata partito di Umberto Bossi che di più non si può, anche sotto il Senatùr, per anni “uomo solo al comando”, aveva le sue distinzioni interne, le sue sfumature; e guai a chiamarle correnti perché i leghisti si proclamavano partito nuovo, nuovissimo, diverso, diversissimo dagli altri caratterizzati, appunto, da correnti interne.

Poi, come si dice in quel bel film americano, anche i bossiani, cioè tutti, credevano di cambiare il mondo ma il mondo ha cambiato loro. Succede e succederà, anche nei grillini, che rispetto al credo assoluto di una volta (Beppe Grillo) e di oggi (Luigi Di Maio) le differenze si vedono e si vedranno. Per la Lega, se ieri era semplice e vero il detto che si trattava della creatura fatta su misura dall’Umberto, il discorso di oggi è ben diverso. Infatti, se la tendenza di Salvini è quella di rafforzarsi al suo interno con una leadership onnicomprensiva alla vigilia della prova suprema elettorale, non meno vero è che il salvinismo di oggi non soltanto è diverso dal bossismo di ieri, ma deve per forza di cose confrontarsi al suo interno, e fuori, con altri leaders fra cui (e staremmo per dire ovviamente) Roberto Maroni, e non solo. Il quale Maroni è stato sostituito dall’entrante Attilio Fontana. Già sindaco di Varese, Fontana è di natura mite, almeno a prima vista, ma era bossiano allora come è salvinista oggi alla vigilia dell’assunzione del compito di governatore lombardo; ruolo ben diverso e ben più complesso di quello di primo cittadino di una città, peraltro non qualsiasi. E se gli è scappata (come ci auguriamo) la frase infelice a proposito della razza, è anche uno che, pur chiedendo scusa, insiste nel puntare l’attenzione su “una immigrazione fuori controllo” ben sapendo, del resto, che a parte qualche divieto fermo e deciso a parole, il compito nei fatti di un governatore è limitato assai, soprattutto dall’autorità nazionale fra cui il ministero degli Interni. Carica che, guarda che combinazione, era stata occupata e gestita da Maroni nei Governi a guida Berlusconi. Non è qui il caso di narrare quanto fatto dall’allora titolare del Viminale magari raffrontandolo con l’attuale Minniti, anche se il buon Matteo non ha sfigurato in un ruolo che resta comunque fra i più impegnativi per chi assurga alla carica di ministro in momenti certamente difficili come questi.

Per qualcuno il Maroni in Regione Lombardia viene liquidato con uno sbrigativo “ha fatto poco ma l’ha fatto bene”, il che semmai chiarisce che, comunque, non ha fatto così male, e specialmente non ha fatto danni a una Regione che non solo cammina ma vola. E speriamo continui così. Maroni, anche in questi ultimissimi suoi gesti, ha voluto per dir così mostrarsi come collaboratore di altre istituzioni, l’amico, il cooperante in progetti comuni firmando ostentatamente, cioè in tivù, accordi e protocolli. Quello che ci interessa è non tanto o soltanto il modus con cui Maroni ha lasciato il Palazzo della Regione lombarda; modus che è stato definito appropriatamente in punta di piedi, ma sappiamo tutti che in politica quel muoversi non significa un ritirarsi a vita privata, anche se anche il nostro personaggio dichiara di preferire un quieto vivere piuttosto che un nuovo impegno. Il fatto è che Maroni non fa parte del correntone salviniano e pur con le critiche sempre sottovoce, anche queste in punta di piedi, resta sempre e comunque colui che viene definito en réserve de la République, in riserva, se non della Repubblica, di una Lega comunque diversa dall’attuale. Né bossiana né salviniana.

Si dice che il Maroni politico sia più vicino a Silvio Berlusconi che a Matteo Salvini, e non è un’osservazione fuori posto, anzi. Del resto il maronismo è di per sé moderato, collaborativo, ostile ai modi irruenti in cui è specialista il salvinismo di lotta più vicino al grillismo che al berlusconismo, e ha avuto e continua ad avere uno sguardo più ampio, nazionale, nel quale viene spesso associato il governatore leghista del Veneto. Si tratta di una rivisitazione e modernizzazione di quel mitico “lombardo-veneto” d’antan, ma anche e soprattutto di un lascito risorgimentale coltivato, aggiornato e anche corretto, ma non più in una sorta di ripiegamento locale, comunale, regionale, lombardo e veneto, ma italiano. Una tendenza con la quale, volente o nolente, Salvini dovrà fare i conti. E il 4 marzo è vicino.