Il “pensiero laterale” del líder máximo

Quando parla Massimo D’Alema è sempre opportuno ascoltarlo con attenzione perché si apprendono informazioni interessanti. L’ultima uscita pubblica è un’intervista al Corriere della Sera nella quale il líder máximo focalizza l’attenzione sugli scenari del dopo-voto.

La fotografia che D’Alema offre dello scenario politico odierno, al netto delle inevitabili forzature propagandistiche alle quali neanche un personaggio riflessivo come lui riesce a sottrarsi, è precisa. C’è un Partito Democratico che, in preda a uno stato di delirio di onnipotenza del suo leader, si è fatto male da solo varando una legge elettorale, il “Rosatellum bis”, che lo condanna alla sconfitta. Sul fronte opposto si profila la vittoria di un centrodestra che ha saputo cogliere l’opportunità offerta proprio dal nuovo sistema elettorale per rimettersi insieme ritrovando la strada dell’unità della coalizione. E ci sono i grillini che per quanto li si possa insultare e demonizzare rappresentano una realtà consolidata della politica italiana. E la novità di “Liberi e Uguali”? D’Alema chiarisce perfettamente quale sia lo scopo della nuova formazione: agire da innesco all’esplosione delle contraddizioni oggi latenti nel principale partito della sinistra per condurlo, subito dopo il voto del 4 marzo, a una fase di transizione in vista della riscrittura del suo codice genetico depurato dalle scorie del renzismo. Sintomatica in proposito la constatazione, solo apparentemente lapalissiana, che “dopo il 4 marzo viene il 5 marzo”. In questa battuta si scorge il disegno politico che ha in testa il líder máximo: incassare la sconfitta elettorale del Pd e puntare, sul presupposto dell’assenza di maggioranze politiche praticabili, su un “governo del Presidente” che si prenda carico di fare alcune cose indispensabili tra le quali la revisione della legge elettorale, per poi riportare gli italiani alle urne in un tempo ragionevolmente breve. La condizione irrinunciabile, propedeutica all’inveramento del progetto dalemiano, è che il Partito Democratico esca talmente indebolito dalla prova elettorale da determinare l’inevitabile rimozione di Matteo Renzi dalla guida del partito e la definitiva archiviazione della sua idea di socialismo diluito in salsa filo-capitalista, che ha segnato la parabola della “rottamazione”.

D’Alema non lo dice apertamente, ma anche le geometrie variabili adottate da “Liberi e Uguali” alle regionali del Lazio e della Lombardia seguono il medesimo filo logico. Sì a Nicola Zingaretti nel Lazio perché è espressione della residua anima di sinistra nel Pd e poi perché ha maggiori chance di vittoria. No, invece, a Giorgio Gori in Lombardia perché incarna la quintessenza del renzismo e poi ha molte meno possibilità di spuntarla sul candidato del centrodestra. D’Alema disegna strategie ma non disdegna la tattica. Non farebbe certo male alla credibilità della neo-formazione di “Liberi e Uguali” poter rivendicare la vittoria del candidato che ha appoggiato e nel contempo registrare la sconfitta di quello che ha rifiutato di sostenere. È in questo ragionamento che si coglie la sostanza del “pensiero laterale” di D’Alema, nel ribaltamento delle posizioni nell’individuazione dei nessi causali tra politiche attuate e sconfitte conseguite. A questo riguardo il passaggio chiave dell’intervista che spiega la scissione dal Pd è: “Noi non nasciamo per provocare la sconfitta che c’è già stata, ma come conseguenza della sconfitta”.

Nel tentativo di rispedire al mittente renziano la responsabilità per il disastro annunciato, D’Alema sorprendentemente converge sulle posizioni berlusconiane nell’accettare che in questo momento storico lo scontro elettorale tra due soggetti forti genera un bipolarismo sostanziale che, tuttavia, non coinvolge la sinistra ma il centrodestra e i Cinque Stelle. Che è esattamente ciò che va ripetendo il Cavaliere a chiunque gli chieda del futuro prossimo dell’Italia. Tale presa d’atto consente a D’Alema di smascherare il tentativo renziano di attribuirsi il “voto utile” a sinistra. La sua pretestuosa evocazione non funziona perché, sentenzia D’Alema, “attaccare noi non porta voti a loro, ma ai 5 Stelle”. Allora, non facciamoci del male! È l’offerta di tregua, non priva di perfidia, che l’intervistato rivolge ai suoi ipotetici interlocutori nel Pd. Una mano protesa al dialogo che stringe l’elsa di una spada. È prevedibile che tanta improvvisa generosità contribuirà ad aumentare piuttosto che ad abbassare la tensione tra le prime e le seconde linee “dem” che in queste ore sono in fibrillazione perché impegnate nell’amara lotteria delle candidature. Momento assai difficile per un partito che si accinge, dopo la fortunosa “abbuffata” del 2013, a una dolorosa dieta dimagrante in fatto di seggi parlamentari conseguibili nella prossima legislatura.

Massimo D’Alema, politico di vecchia scuola, non crede ai sondaggi che vorrebbero relegata poco sopra la soglia di sopravvivenza la scommessa di “Liberi e Uguali”. Lui punta alle due cifre, cioè a stare al di sopra del 10 per cento. Potrebbe essere un obiettivo realistico visto che la lista capitanata da Pietro Grasso sta imbarcando le vecchie glorie del fu partito degli ex-comunisti: da Antonio Bassolino in Campania a Flavio Zanonato a Padova, a Vasco Errani in Emilia-Romagna, a Sergio Cofferati in Liguria, tutta gente forgiata nel fuoco della lotta politica e sindacale che nelle campagne elettorali si trova a proprio agio come pesci nell’acqua. Tuttavia, il target di D’Alema non sta nel decimale di punto in più o in meno che la sua formazione saprà conseguire quanto nella caduta rovinosa del Partito Democratico e nella fine politica di Matteo Renzi sulla quale il líder máximo si prepara ad apporre la firma.