Una via a Craxi e “sinistre” dimenticanze

Il sindaco di Forza Italia di Sesto San Giovanni - fu la Stalingrado del Nord, ricordate? – Roberto Di Stefano ha deciso di intitolare una via a Bettino Craxi, morto in esilio diciotto anni fa, sottolineando che questa intitolazione “è innanzitutto il riconoscimento a un politico e a un rappresentante delle istituzioni italiane che iniziò il proprio percorso proprio a Sesto e che anche lontano da Sesto ha sempre dimostrato con azioni importanti e concrete la propria vicinanza alla città, a Milano e al Paese”. E che anche per Gianfranco Miglio sia stata decisa la stessa iniziativa, conferma come e qualmente nel Paese si voglia riandare a personalità politiche moderne e innovatrici che hanno fatto la storia politica d’Italia.

Molto opportunamente come ogni anno, la Fondazione che Stefania Craxi ha voluto e vuole per restituire a Bettino Craxi il ruolo di fondo che ha svolto in Italia e in Europa, gli rende omaggio ad Hammamet - dove è sepolto dal 19 gennaio del 2000 - contribuendo in modo esemplare a rinnovare un’attenzione a un protagonista che, soprattutto da sinistra, non ha mai meritato un rispetto e una partecipazione degni di questo nome. E mentre a Milano si attende una decisione in tal senso da parte del sindaco Beppe Sala, peraltro dimostratosi non disattento, ha perfettamente ragione a puntualizzare quanto sia “singolare che la memoria sembri ancora difettare ad alcuni amministratori di una sinistra vecchia e nuova”.

In effetti, la questione della dimenticanza della gauche si è velata dietro luoghi comuni dettati da interessi corposi del vecchio Pci e dei suoi eredi diessini che avevano visto da sempre in Craxi l’artefice del loro declino giacché il ruolo che Bettino Craxi ha svolto ha avuto una importanza fondamentale contro le impostazioni del tutto inadeguate, antistoriche e sbagliate in politica interna ed estera di una nostrana sinistra. Ricordiamo dunque l’ingresso dell’Italia nel G7 del 1985, l’accordo dell’anno 1984 sulla scala mobile contro l’inflazione, la battaglia per l’abolizione del voto segreto nelle due Camere, la ferma opposizione a una certa arroganza di potere degli Usa, il convinto europeismo fattivo e propulsivo rispettoso delle istanze nazionali ecc..

La persecuzione giudiziaria contro Craxi indicando in lui il totem negativo da abbattere, ha avuto soprattutto dalla nostra sinistra, letteralmente miracolata dalle inchieste di allora, un appoggio entusiastico, et pour cause, tant’è vero che è sopravvissuta al crollo del Muro e cambiando il nome del Pci, non prima ma dopo questo crollo, il che la dice lunga. Del resto basta riandare a certe prese di posizione del Berlinguer, il santificato segretario del Pci, per capire quanto profondo fosse l’errore di valutazione in politica interna ed estera per non dire nelle lotte sociali intese come momento di sfondamento del capitalismo e di sconfitta delle forze politiche democratiche, liberali e socialiste che avevano governato dal 1948 evitando che il Paese tornasse indietro o si volgesse a un Est occupato letteralmente dal Comunismo sovietico e dalla sua dottrina cui i nostrani comunisti erano devoti “perinde ac cadaver”.

Certo, gli anni passano e le idee cambiano. Ma riemerge con tutta la sua portata innovatrice quel socialismo craxiano che aveva decisamente contribuito a mettere in evidenza e a far cadere i totem del credo dell’italico comunismo. Quanti ritardi e soprattutto quanta insofferenza da parte dei nostrani gauchisti per la profonda evoluzione per non dire rivoluzione del socialismo craxiano il cui merito più importante, addirittura storico, soprattutto nel mondo che si richiamava al socialismo tout court, fu la riscoperta dei valori di quel socialismo liberale che in quegli anni si è opposto al berlinguerismo cosiddetto di lotta e di governo ma assolutamente incapace di una vera, profonda, coraggiosa revisione critica del comunismo italiano, in politica interna e in quella internazionale.

È storia, come tutti sanno. E Craxi è nella storia del nostro Paese.