Temo i politici soprattutto quando portano doni

Dunque i vescovi italiani giudicano “deprimente” la campagna elettorale, fatta di “litigi sui social” e “chiacchiere da salotto in tv”, ma soprattutto di “continui slogan che promettono miracoli che poi non si potranno rispettare”.

Umoristicamente potrei osservare che, forse, i vescovi condannano i miracoli politici perché essi insidiano i miracoli religiosi e perciò il monopolio ecclesiastico sul soprannaturale, divino e no. Ora, poiché la Chiesa è l’ultima istituzione rimasta che utilizza il venerato latino come lingua ufficiale, sebbene ormai soltanto negli scritti formali, mi piace ricordare ai monsignori che “votare” viene dal latino “vovere” che, guarda un po’, significa sia “promettere” che “sperare”. Quando i Quiriti andavano ai loro templi facevano appunto voti, né più né meno di noi oggi quando usiamo la stessa desueta espressione come sinonimo di auspicare. Ovviamente, come ricordava il Callido allo Stolido in “L’ideologia italiana”, “promette chi cerca voti, mentre spera chi li dà”, celebrando la laica e prosaica funzione religiosa della democrazia. Al che Stolido replicava che “non sono parole le promesse; è un fatto la speranza”. Mentre la speranza è un sentimento ed un elemento vitale per la politica, e in qualche modo insopprimibile, poiché bisogna pur vivere con l’aspettativa del miglioramento, le promesse sono invece un bene o un male, a seconda che siano in sostanza frottole e lusinghe oppure ponderazione e lungimiranza. In un sistema libero non solo deve risultare impossibile proteggere l’elettorato dalle facili promesse, ma deve essere pure considerato un illecito. Al ritenere pericolose le false promesse sottostà l’idea che occorra proteggere gli elettori, quasi fossero incapaci di considerarle tali. Io inclino a credere, invece, che, detratta l’aliquota degl’immancabili creduloni, in una democrazia liberale ben ordinata, informata, competitiva, le panzane dei politici non infinocchiano l’elettorato, che anzi ne diffida naturalmente e ne squalifica i propalatori.

Il punto cruciale di questa questione, come delle altre analoghe nello stesso ambito, consiste non già nelle mene dei candidati e negli inganni della politica bensì nella predisposizione d’animo e d’intelletto verso la campagna elettorale e le fiamme della propaganda. Lo stato d’animo dev’essere improntato ad una sana ed equanime diffidenza, mentre l’intelletto dev’essere tanto vigile quanto aperto. Parafrasando il virgiliano “timeo danaos et dona ferentes”, dico che bisogna aver timore dei politici soprattutto quando portano (rectius: promettono di portare) doni elettorali in cambio di voti elettorali perché il cittadino che accetta la promessa ad occhi chiusi scambia il certo per l’incertissimo, spesso addirittura per l’impossibile: la mano che prende il voto non garantisce la mano che dà il voto.

È sbagliato tanto trattare le promesse elettorali dei politici alla stregua di mero “fiato della voce” quanto stimarle come oro zecchino già intascato. È ipocrita, poi, il rinfacciarsi, che i partiti fanno, le balle, un cibo che nessun candidato rifiuta del tutto. La gara elettorale, dalla notte dei tempi, è sempre stata condotta con ogni mezzo, spesso sleale e talvolta immorale e illegale. La prudenza è d’obbligo, già in campagna elettorale di fronte alle chiacchiere e agli slogan, perché dopo i rappresentanti e i governanti vincitori possono diventare un problema non solo per gli elettori sconfitti.