Salvini alla corte di Luigi Di Maio? Una fantasia notturna

In politica disegnare scenari a tavolino è legittimo, ma la realtà è un’altra cosa. Luigi Di Maio sente odore di vittoria e, stando alle indiscrezioni pubblicate su “La Stampa”, si preoccupa con sorprendente anticipo d’individuare quale altra formazione politica, oggi avversaria, dovrà assicurargli la maggioranza parlamentare posto che, anche nel sogno, il Movimento da lui guidato si classificherà primo ma non taglierà il traguardo del 50 per cento dei consensi. Il partner prescelto sarebbe Matteo Salvini perché nella fase del post-voto immaginata da Di Maio la Lega avrebbe i numeri necessari che ai Cinque Stelle mancherebbero per raggiungere la maggioranza parlamentare. Invece, porte chiuse da Di Maio alla sinistra di “Liberi e Uguali”, non perché non dicano cose a suo giudizio interessanti ma perché, più prosaicamente, non avrà abbastanza seggi al Senato e alla Camera per supportare il governo grillino dato per cosa fatta. Ribadiamo, sognare è consentito. Talvolta è perfino consigliato per alleviare la mente afflitta da troppe angosce. La tecnica delle fantasie guidate è un affidabile strumento in uso dei psicoterapisti per combattere gli stati d’ansia. Ma la politica, contrariamente a quanto pensino i grillini, non è fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni. Perciò presumere di manovrare a proprio piacimento i partiti e i leader altrui come fossero pezzi di una scacchiera è a dir poco azzardato.

Di Maio è sicuro, il prossimo 4 marzo, di raggiungere il 30 forse il 32 per cento dei voti. Noi abbiamo scommesso la camicia che andrà bene se i Cinque Stelle scavalleranno la soglia del 20 per cento. Ma questa è un’altra storia di cui riparleremo il 5 marzo. Ora, ammettendo per ipotesi che la sua previsione si verifichi chi gli dà la certezza che Matteo Salvini accetterà di fargli da ruota di scorta nella corsa a Palazzo Chigi? Contrariamente a ciò che accade nello stato onirico del grillino, il leader leghista è impegnato in un confronto decisivo per la leadership di qualcosa che è ben più grande e prospetticamente più significativa del “fenomeno” Cinque Stelle: la guida del centrodestra.

Ora, imbarazza dirlo perché sembrerebbe piaggeria non richiesta all’indirizzo del “solito” Silvio Berlusconi, ma la verità non può essere taciuta, né quando è scomoda e neppure quando rasenta l’adulazione. E qual è la verità? È che ancora una volta tutto nasce da una fenomenale intuizione del vecchio leone di Arcore. Lui prima degli altri ha colto il senso della riforma elettorale del “Rosatellum” e dell’opportunità che tale legge avrebbe offerto di scrivere una nuova pagina nelle meccaniche di aggregazione del consenso. L’ibridazione generata dal modello misto maggioritario-proporzionale consente allo stesso tempo di procedere per coalizioni e renderne contendibile la leadership all’atto dell’espressione del voto.

Berlusconi, accettando la regola del “chi arriva primo tra i partiti alleati ha diritto a esprimere, in caso di vittoria, il candidato alla guida del governo”, ha azionato la procedura delle “primarie di coalizione” contestualmente alla composizione del nuovo Parlamento. L’effetto immediato di questa scelta è che i capi dei partiti coalizzati, benché alleati, sono in competizione tra loro. La sfida all’ultimo voto comporterà inevitabilmente una gara alla mobilitazione dell’elettorato in misura più ampia di quella che vi sarebbe stata se, come prevedeva la precedente legislazione, tutto fosse stato deciso prima di cominciare la campagna elettorale. Non sapere chi sarà il prossimo presidente del Consiglio in caso di vittoria del centrodestra non è un vulnus per la coalizione ma, al contrario, un fattore di spinta ad allargare la platea del consenso. I liberali, o almeno coloro che si dichiarano tali, dovrebbero ben conoscere e apprezzare questa logica che prova a importare dal campo dell’economia il concetto virtuoso di libera concorrenza. Nulla di strano, quindi, che Berlusconi vada a Bruxelles e sul futuro dell’Italia si esprima in un modo nel mentre Salvini, in patria, si affretti a dire una cosa diversa. Si chiama gioco delle parti. La sostanza che conta è che alla fine della fiera tutti i tentativi dell’uno e dell’altro di differenziarsi produrranno voti che confluiranno nel medesimo bacino di drenaggio. Per dirla tutta c’è d’augurarsi che i due, fino al 4 marzo, alzino il livello della competizione. L’equazione che la sfida genera è la seguente: più differenze=più consensi.

Se questo scenario vi sembra più realistico del sogno di una notte di mezzo inverno del giovane e inesperto Di Maio, vi sembra minimamente possibile che un Salvini che, seppure non dovesse risultare vincitore nella sfida diretta al “Cavaliere”, lavora comunque a guadagnarsi la golden share della coalizione, si presti improvvisamente a fare la parte del principe consorte un passo indietro al rampante grillino? Vale ciò che è stato scritto in incipit: sognare è bello, ma la realtà è un’altra cosa.