Tanti sono i motivi per i quali le Regioni andrebbero semplicemente cancellate. Il primo è che esse non erano e non sono affatto essenziali. In verità furono istituite per mere finalità politiche. Come disse Francesco Cossiga, “le Regioni furono varate per motivi eminentemente di equilibrio politico, non perché le si ritenesse necessarie per una migliore organizzazione dello Stato; insomma bisognava dare un po’ di potere ai comunisti lì ove erano più forti: in Toscana, Emilia-Romagna, Umbria”. Il secondo è che nessuno degli scopi perseguiti attraverso la loro istituzione è stato raggiunto. Non hanno decentrato lo Stato; non hanno ridotto la spesa pubblica; non hanno snellito la burocrazia. Al contrario, hanno creato venti staterelli di stampo preunitario, che scimmiottano lo Stato nazionale, con simil ambasciate a Roma e in Europa, e non solo. Hanno complicato la burocrazia, perché impiegati e apparati, men che essersi ridotti, sono stati riformati per divisione e accrescimento. Hanno aumentato la spesa pubblica, accumulato debiti aggiuntivi, incrementato la pressione fiscale. Tuttavia, c’è di peggio nel regionalismo. E consiste non solo nell’aver incrinato quell’unità e indivisibilità dell’Italia, pilastri della nazione, i quali la Costituzione sancisce e protegge, ma anche l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, fondamento della democrazia.

Il Risorgimento, la più alta creazione politica della nostra storia, viene dalle Regioni sottoposto ad una forza centrifuga che rischia di separare ciò che il genio politico italiano riuscì ad unire con un’impresa stupefacente. Le pulsioni separatiste e indipendentiste, mascherate da ineffabile e spurio federalismo, minano le istituzioni e i sentimenti coesivi, fomentando la disgregazione sociale e la discriminazione legale. Lo sanno bene i contribuenti, da un lato; gli agricoltori e i malati, dall’altro. Per colpa delle Regioni e delle loro dissipazioni, gl’Italiani versano crescenti addizionali delle imposte sul reddito, sicché il cittadino paga due tributi: l’uno con aliquota nazionale, uguale per tutti; l’altro con aliquota regionale, discriminata e discriminante a parità di reddito. Dunque alle storture politiche dell’ente regionale si aggiunge la vergogna morale e costituzionale del trattamento differenziato degli agricoltori (e passi!) e dei malati (e no!), che contraddice non solo l’essenza della sanità pubblica (servizio universale ed eguale dell’assistenza sanitaria) ma anche la parità fiscale, perché l’imposta sul reddito, che ci fa cittadini, “rende” diversamente da Regione a Regione. Né basta, purtroppo. L’addizionale regionale, che viene giustificata (sic!) con l’esigenza di sanare i deficit finanziari della sanità delle Regioni (deficit accumulati a dispetto degli altri tributi incassati dalle Regioni), contiene un’ironia fiscale, per così dire, poco o punto sottolineata, e cioè: pagano l’addizionale più alta, fino al 2 per cento, i cittadini residenti nelle regioni con deficit più alti e con una sanità meno buona. Insomma, tre volte bastonati: aliquote elevate alla fiscalità generale, addizionali alla fiscalità regionale, assistenza deficitaria in senso finanziario e sanitario. E pensare che le Regioni dedicano circa i 2/3 dei loro bilanci alla spesa sanitaria.

Di fronte a tale fallimentare e vergognosa situazione è amarissimo constatare che i protagonisti e i deuteragonisti della campagna elettorale tacciono. Sì, tacciono!