Dell’Utri: come al solito si guarda al dito anziché alla luna

Il Tribunale di Sorveglianza di Roma, per la seconda volta, ha detto no alla richiesta di scarcerazione di Marcello Dell’Utri: “Malattia non grave, potrebbe scappare”, in sintesi, la motivazione. Subito si sono scatenate le opposte tifoserie. Da destra si è gridato “all’accanimento carcerario”, da manca si è risposto che “si tratta di una decisione della magistratura e noi dobbiamo rispettarla”.

Niente di nuovo sotto il sole, insomma, anche perché, come al solito, tutti dimostrano di averci capito ben poco. Infatti, se non ci si ferma allo starnazzare tifoso, non ci vuol molto a comprendere che il tema delle condizioni di salute di un detenuto che stia espiando la pena inflittagli con sentenza definitiva da un Tribunale della Repubblica sono a tal punto legate al merito delle sue patologie che chiunque non disponga di competenze e conoscenze mediche specifiche rischia solo di esprimere solenni corbellerie.

Del resto che il tema delle condizioni di salute dei detenuti sia oggetto di un preoccupante vuoto normativo, il quale ha consentito l’affermarsi di un indirizzo giurisprudenziale che lega la sospensione della pena unicamente a una prognosi nefasta quoad mortem (insomma si viene scarcerati solo se si rischia di morire di lì a poco e non, come i principi costituzionali di umanità della pena imporrebbero, se fuori dal carcere ci si potrebbe curare assai più adeguatamente che dentro), la politica tutta dovrebbe averlo capito da tempo e, magari, avervi posto rimedio; di contro innumerevoli signor Nessuno sono morti, muoiono e continueranno a morire nelle carceri italiane se non si pone rimedio.

Vi è un altro tema, invece, che non richiede alcuna conoscenza medica né in generale né sul caso specifico e sul quale il silenzio è assordante. Il senatore Dell’Utri è stato, infatti, condannato per un reato – il concorso esterno in associazione mafiosa – che, ce lo ha detto a chiare lettere la Corte europea dei Diritti dell’Uomo con riferimento a un altro condannato eccellente quale Bruno Contrada, non era neppure astrattamente configurabile.

Insomma, la condanna di Dell’Utri ha la sorte segnata. E infatti, i difensori del senatore hanno prontamente proposto sia un incidente di esecuzione dinnanzi alla Corte d’Appello di Palermo, sia un giudizio di revisione dinnanzi alla Corte d’Appello di Caltanissetta. Tanto è pacifica la questione che il procuratore generale di Caltanissetta ha chiesto che la Corte, nelle more del giudizio, sospendesse l’esecuzione carceraria per evitare a Dell’Utri la beffa capitata a Contrada, ossia di vedersi annullare la condanna a pena completamente espiata.

Tutto risolto? Neanche per sogno, perché il giorno prima che la Corte nissena decidesse sull’istanza avanzatale la Procura di Palermo ha depositato un paralizzante conflitto di attribuzioni che, ad andar bene, bloccherà ogni decisione per altri mesi. Comprenderete che la situazione è paradossale. Le questioni sottoposte a Caltanissetta e Palermo sono identiche, la soluzione è obbligata (sennò la Corte Edu re-interverrà duramente), ma non si decide. Per carità, tutto formalmente corretto, ma difficile – non fosse altro per la tempistica – non pensare ad una intenzione di chiaro segno ostruzionistico. Ci si sarebbe aspettati la sdegnosa reazione della politica tutta e, invece, niente; del resto non c’è da sorprendersi, che c’era da garantirsi il posto in lista e poi, comunque, la magistratura meglio non prenderla di petto, con buona pace della compatibilità di un tale modo di intendere la Giustizia con quanto affermato in quella Costituzione che, a parole, son sempre tutti pronti a difendere.

Questa vicenda induce in chi scrive due, amare, riflessioni. La prima: la politica rappresentativa non è più capace di esercitare alcun potere nei confronti delle burocrazie amministrative e giudiziarie, in barba a ogni principio di separazione dei poteri. È un fenomeno iniziato, non a caso, con Tangentopoli e che ora vede la politica ridotta ad uno stato di autentica impotenza. La situazione è tale che fossi nel senatore dell’Utri sarei assai pessimista, vista l’inanità delle reazioni alle autentiche ghigliottine giudiziarie che ormai da decenni hanno vanificato innumerevoli occasioni di sviluppo per il Paese (e, mal contati, decine di migliaia di posti di lavoro).

La seconda è tutta interna alla sinistra che oggi ripete stancamente che le sentenze dei magistrati vanno sempre rispettate. Dell’Utri, si è detto, è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Un reato che nel codice non c’è. Ma a questa semplice constatazione gli epigoni di Gian Carlo Caselli (nel senso che il primo a sostenere la tesi fu il noto magistrato torinese) rispondono che nel codice sono presenti sia il reato di associazione mafiosa sia quello di concorso; basta applicarli insieme ed il gioco è fatto. Si son scritte enciclopedie sulla questione, ma storicamente un fatto è certo. La prima volta che questa applicazione estensiva del concorso si ebbe, con la dilatazione oltre ogni buona regola di tassatività, del “concorso morale”, fu nel 1977 nella sentenza per l’uccisione del giovane neofascista Mikis Mantakas. In quell’occasione una delle colonne del Pci di allora, Umberto Terracini, fu molto critico e profetico nel prevedere che questo indietreggiare dei principi dello Stato di diritto di fronte all’emergenza (allora quella della lotta armata) non avrebbe portato nulla di buono.

Insomma, c’è stato un tempo che queste cose la sinistra le capiva benissimo e, molte volte, prima e meglio degli altri. Poi qualcosa dev’essersi rotto e a vedere chi ha preso il posto di uomini come Terracini non c’è poi molto da sorprendersi.