L’idiozia culturale di Friedman

Molto spesso non mi trovo affatto in sintonia con Alessandra Mussolini, di cui non apprezzo particolarmente alcuni suoi ricorrenti richiami alla pancia del Paese, soprattutto su un tema molto complesso e di difficile soluzione come quello legato all’immigrazione clandestina.

Tuttavia non posso fare a meno di solidarizzare con l’esponente forzista in quanto oggetto, nel corso del pollaio televisivo condotto su La7 da Massimo Giletti, di un vergognoso attacco personale da parte di Alan Friedman. Proprio dibattendo su un indigesto polpettone preparato ad arte dagli autori di “Non è l’Arena”, in cui si è discusso a lungo del nulla tra presunti rigurgiti fascisti e, per l’appunto, immigrazione clandestina, il popolare giornalista e scrittore statunitense ha raggiunto, in premessa al suo intervento, un livello di idiozia culturale e mediatica, se così vogliamo definirla, da guinness dei primati.

In sostanza, questo cervellone a stelle a strisce, rivolgendosi alla Mussolini, ha dichiarato con atteggiamento serafico che, nel caso il medesimo dibattito si fosse svolto a Berlino, gli sarebbe sembrato molto strano discutere con una persona che portasse il cognome di Hitler. Dunque, secondo questo inarrivabile esperto di economia, le colpe dei padri non ricadrebbero solo sui figli, bensì anche sui nipoti, sui quali graverà in eterno lo stigma che marchia col fuoco il male assoluto del fascismo. Pertanto, secondo una simile, aberrante visione della dialettica, Alessandra Mussolini avrebbe sempre e comunque torto, a prescindere dalle proprie argomentazioni, in quanto appartenente a una stirpe di individui politicamente dannati.

Si tratta ovviamente di una tesi assolutamente demenziale che qualifica più di qualunque altra cosa chi la esprime. Una tesi che le persone di buon senso e di qualsiasi orientamento non possono che rigettare. Una tesi che contrasta maledettamente con il Premio Pannunzio che lo stesso Friedman ricevette nel dicembre del 2014, con la seguente motivazione: “È l’esempio virtuoso di un giornalismo di stampo anglosassone che distingue i fatti dalle opinioni e che ha saputo mantenere un’indipendenza di giudizio nel raccontare la politica italiana che gli fa molto onore. Friedman riesce a storicizzare la contemporaneità, senza lasciarsi invischiare dal settarismo e dalla tifoseria di parte”.

Ma forse l’esponente dell’idiotismo anti-fascista ascoltato da Giletti era un altro Friedman.