Berlusconi: chi è il Mister X per Palazzo Chigi?

Silvio Berlusconi non scopre le carte sul nome del candidato premier di Forza Italia. Nelle sue apparizioni televisive, pressato dalle domande dei giornalisti, lascia intendere che vi sia già il profilo giusto per Palazzo Chigi e che il personaggio individuato per quel ruolo sarebbe pronto, in caso di vittoria, a scendere in campo.

L’identikit è quello di un politico di alto profilo, di grande esperienza e ben visto in Europa. Tutto farebbe pensare alla figura di Antonio Tajani, attuale presidente del Parlamento europeo. Ma il condizionale è d’obbligo. Perché è proprio Berlusconi, in uno di quei suoi amati giochi verbali, a confondere le acque. Nel mentre traccia un profilo che rimanderebbe al fidato Tajani svicola accentuando, sibillino, un particolare: l’interessato non ha ancora concesso l’autorizzazione a rendere di pubblico dominio l’investitura a candidato premier per conto di Forza Italia. Allora, i conti non tornano. Se il prescelto fosse Tajani perché tanto riserbo nell’annunciarne la designazione? È un’informazione nota da tempo che l’attuale presidente del Parlamento europeo si sia speso per aiutare Forza Italia a individuare i migliori candidati per la Camera dei deputati e per il Senato. Dove sarebbe il mistero da tenere celato fino al giorno del voto? Da qui il dubbio mefistofelico: e se non fosse Tajani l’asso nella manica di cui fa vanto un gongolante Berlusconi? Torniamo all’identikit. Alto prestigio, grande esperienza, gradimento delle cancellerie europee. C’è solo un’altra persona, oltre Tajani, che risponde al profilo disegnato ed è Mario Draghi. Come diceva un grande della politica: a pensar male si fa peccato ma spesso si azzecca. Perché dovrebbe essere lui l’uomo giusto per il centrodestra? Berlusconi, memore delle precedenti esperienze di governo con gli alleati, questa volta vuole essere certo di fare le cose perbene. Dopo ventiquattro anni di tentativi è giunto il momento del “redde rationem”: entrare definitivamente nella Storia come colui che all’inizio del terzo millennio ha riformato radicalmente il Paese o restarne fuori con la macchia sul curriculum per essere stato quello che pur avendoci ripetutamente provato non c’è riuscito. Per compiere la grande opera ha bisogno che tutto ciò che è stato scritto nel programma del centrodestra divenga realtà. Anche la rivoluzionaria introduzione della flat tax. Per questo è necessario che la compagine chiamata ad attuare il programma sia credibile ed universalmente riconosciuta per saggezza e competenza.

Allora, chi meglio di Mario Draghi, che ha saputo da governatore della Banca centrale europea tenere in riga personaggi come la signora Angela Merkel, potrebbe garantire presso le istituzioni e i mercati internazionali la sostenibilità finanziaria del programma di riforme proposto dal centrodestra? Guardando all’ornitologia, Draghi è un’aquila. Non è falco, ma neppure piccione. Una condizione ideale per non essere oggetto del tiro al bersaglio che la stampa italiana, e non solo, tradizionalmente riserva ai governi di centrodestra. Sarà un’impressione ma viene difficile immaginare che i media del circuito di Carlo De Benedetti prendano a cuor leggero a sparare su Draghi. Il governatore della Bce potrebbe essere la polizza assicurativa che Berlusconi spenderebbe in Europa per garantirsi contro le pressioni delle cancellerie estere sulle problematiche che inevitabilmente insorgeranno a causa della folta presenza dei rappresentanti della Lega, sovranista e lepeniana, nella compagine governativa. Ma, si obietterà, tale ipotesi benché suggestiva cozza contro la realtà: Draghi è ancora impegnato a governare la politica monetaria dell’Unione, almeno fino ad ottobre 2019. Non è del tutto esatto. Da tempo la solita Germania briga per accaparrarsi quella fondamentale posizione di snodo della politica europea. Jens Weidmann, attuale presidente della Deutsche Bundesbank, la Banca federale tedesca, sta già scaldando i motori. Lui non è un’aquila, ma un falchetto di palude.

Tuttavia, la signora Merkel vuole ostinatamente il posto di Mario Draghi per un tedesco. Per cogliere l’obiettivo, Berlino ha cominciato le grandi manovre muovendo tempestivamente i pezzi sulla scacchiera. Proprio oggi a Bruxelles l’Eurogruppo si prepara a votare lo spagnolo Luis De Guindos alla carica di vice-presidente della Bce al posto dell’uscente, il portoghese Vitor Constancio. De Guindos è il candidato di Angela Merkel che si è assicurata il sostegno del partner francese, in pieno spirito da asse carolingio. Se De Guindos dovesse spuntarla sul concorrente, l’irlandese Philip Lane, si tratterebbe della sistemazione delle testa di ponte dalla quale lanciare la scalata alla presidenza. Con il filotedesco De Guindos al fianco, per Draghi sarebbe più difficile portare avanti le sue strategie anti-deflattive in Bce. Una coabitazione che potrebbe indurre il governatore a lasciare il posto di vertice anzitempo per dedicarsi alla politica italiana. Con la benedizione di frau Merkel che vedrebbe accorciarsi drasticamente i tempi per centrare uno dei target prioritari della sua politica estera intracomunitaria. E il destino di Tajani? Anche quello è scritto nelle frasi in codice dell’aruspice Silvio Berlusconi: “Tajani a detta di tutti è il migliore presidente che il Parlamento europeo abbia mai avuto”.

E se c’è una cosa che il vecchio leone di Arcore ha imparato dalla pluriennale esperienza alla guida del Milan è che squadra vincente non si cambia. Per Tajani, dunque, si preparerebbe un radioso futuro vissuto tra Strasburgo e Bruxelles.