Fra sondaggi e opinioni sgradite

Il Censis è sempre il Censis. Diciamocelo. Leggendo non pochi sondaggi elettorali, spesso ci dimentichiamo del sondaggio fondamentale, nel senso che si svolge bensì a pochi giorni dalle urne, ma il suo pescaggio ne va ben oltre, fino a toccarci da vicino. È il sondaggio detto anche “degli italiani”, nell’accezione, nel significato e nella dimensione che una volta avremmo definito politica di un popolo che oggi, e forse non da oggi, ha della politica e dei partiti una visione né più né meno che di disgusto. Ma sarà proprio così? Cioè, le urne andranno deserte?

Disgusto, una parola dura, pesante con un che di irrevocabile, e comunque ben diversa da quella con la quale una volta si narravano le tendenze, le aspettative, le speranza e, ovviamente, le delusioni. Si usava, qualche anno fa, il termine incertezza. Oggi, a sentire per l’appunto il Censis, un’autorità indiscutibile nel settore perché al di sopra delle parti e dei loro conflitti, c’è da rimanere altro che pensosi ma stupiti, a dir poco.

Secondo il Censis l’84 per cento degli italiani, cioè ben oltre la maggioranza assoluta, schifa i partiti i quali, fino a prova contraria, si riuniscono, dopo il voto, presso la Camera e il Senato, nel Parlamento che fa le leggi e i governi e pure il capo dello Stato. Ebbene, a sentire questo sondaggio, il 76 per cento degli intervistati nutre analogo disprezzo. E si potrebbe anche concludere, per ora, che è proprio sulla scia di questo disgusto antipartitico che non soltanto si spiega il terzo o quasi degli italiani nei confronti del M5S ma, soprattutto, vengono attenuate e minimizzate le sostanziali incapacità e le diffuse magagne dei grillini. E non solo quando (non) governano grandi città, ma nelle beghe di bassissimo livello, tipo rimborsi, creste varie, scontrini e, ovviamente, espulsioni per dir così a babbo morto, ovvero di incertissima data e dagli effetti assai vaghi. Cacciati, per esempio, quei candidati prima di essere eletti. Geniale! Espulsioni, dunque, basate in sostanza sul “chi vivrà vedrà”. Alla faccia del grido di battaglia “onestà! onestà! onestà-ta-ta-ta!”.

Ma noi non vogliamo tediare ulteriormente i lettori con i sondaggi per così dire partitici giacché tutti ne conosciamo le previsioni in percentuale rispetto al risultato del 4 maggio. Nel senso, per lo meno, che la maggioranza degli italiani si recherà alle urne. Semmai, e per l’appunto, vale la pena dare un ascolto alle due massime autorità parlamentari, Laura Boldrini e Pietro Grasso, due persone che rispettiamo ma alle quali, nell’esercizio delle loro alte, altissime funzioni soprattutto alla vigilia di elezioni politiche generali, qualche critica va pure rivolta sol che si pensi alle diuturne, e forse anche notturne, critiche, che potremmo riassumere con la parola populismo affiancata a quella di demagogia.

Gli esempi sono tanti e sotto gli occhi di tutti, a parte il fatto di un ex giudice, peraltro di notevole spessore nella sua precedente attività, che nella nuova si è portato dietro un simil bagaglio che, se forse non è pieno, ne è stato ampiamente contagiato. Quando si dice... semper abbas, si è detto tutto. Per la presidente della Camera dei deputati e andando a rileggerci le dichiarazioni pressoché quotidiane a proposito di pericolo fascista, la prima impressione è che nessuno, ma proprio nessuno in questo Paese, peraltro pieno di guai, riesca a percepire la presenza di una simile ancorché immediata e/o futuribile disgrazia. A meno che...

A meno che, come ognuno può notare, la presidente dei deputati, non punti i suoi più duri aculei critici nei confronti di gruppi, pardon di gruppuscoli che fanno il saluto al Duce e dunque non nascondono neppure gestualmente, il loro credo fascista. Che fare, dunque? Semplice: mettere il bagaglio alle loro opinioni sia che si chiamino CasaPound o Forza Nuova. Intendiamoci, ogni violenza è inaccettabile, soprattutto nella politica, e va repressa con i carabinieri. Ma il pensiero che si debbano sciogliere ope legis gruppi politici ancorché di estrema destra (come si diceva una volta) sarebbe inquietante non tanto io soltanto come una soluzione degna del proverbio veneto “xe pèso el tacòn del buso”, ma, soprattutto, e più pericolosamente, come un vulnus alla nostra Costituzione, libera, democratica e, ovviamente, antifascista. E che, innanzitutto, condanna chiunque voglia mettere il bavaglio alle opinioni sgradite.