L’odore stantio del “Governo del Presidente”

Si respira una brutta aria in questi giorni finali di campagna elettorale. Ma non è quella, fasulla, insufflata dal refrain propagandistico sul ritorno del fascismo. Non c’è alcun Duce alle porte, pronto a scardinare il portone di Palazzo Chigi con gli stivaloni d’ordinanza. I miasmi provengono dalle stanze ovattate dove si ritrova la sempiterna “razza padrona” la quale teme che un Berlusconi resosi immune agli attacchi personali, anche quelli più velenosi, possa riuscire a fare ciò che in un quarto di secolo gli è stato impedito: la rivoluzione liberale.

Il Paese del “Gattopardo” non può consegnarsi a qualcuno che riesca a sovvertire gli equilibri che puntellano il sistema di potere non da anni ma da secoli. Già da quando, con l’Unità d’Italia, si provò a impiantare l’embrione democratico in un corpo comunitario corroso dallo spirito del peggiore corporativismo. Negli Stati Uniti lo chiamano “Deep State”, ma c’è anche da noi lo “Stato profondo”. È la sintesi di un composto formato da alte burocrazie, borghesia capitalistica di alto bordo, componenti della Magistratura, gerarchie ecclesiastiche, politici, intellettuali “organici”, direttori di giornali, anchorman di grido e opinion maker onnipresenti sui teleschermi. Tutti costoro pensano, senza ammetterlo pubblicamente, che la “buona” democrazia non stia nel contare i voti ma nel pesarli. Immaginare che il popolo possa desiderare qualcosa di diverso da ciò essi valutino sia meglio per il bene della collettività è impossibile. Perciò, più salutare di un’elezione che produca soluzioni sgradite vi è la sterilizzazione della volontà popolare. Questa, non altra, è la ricetta di cui si sente parlare in queste ore, e che passa sotto la dicitura: “Governo del Presidente”. Una surroga del voto mediante l’intervento del colle quirinalizio tale da consegnare il prossimo Parlamento all’indecoroso ruolo di “casa di bambole” in cui i parlamentari si trasformano in belle statuine.

Un’analoga soluzione per nostra disgrazia l’abbiamo già conosciuta. Da quello presieduto da Mario Monti in poi, i governi che si sono succeduti hanno avuto la medesima caratteristica: non essere legittimati dal consenso popolare. La pratica dell’esproprio della sovranità assegnata al popolo è stata una prerogativa abusata dal precedente Presidente della Repubblica. Nessuna meraviglia, dunque, se oggi sia proprio Giorgio Napolitano, l’unico comunista ancora in servizio effettivo, a rilanciarla. L’obiettivo dichiarato è d’ignorare il risultato del 4 marzo e lasciare Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi in nome della continuità responsabile. Ora, di là dalle questione ideali e di principio che pure dovrebbero valere, ciò che bolla come fallimentare la soluzione caldeggiata da Napolitano sta nei risultati negativi conseguiti dalle esperienze di governo prodotte negli ultimi anni. Forse che il nostro Paese, da Monti a Gentiloni, sia diventato più ricco, abbia meno debito pubblico, più lavoratori occupati e meno disoccupati, più pensionati soddisfatti, più consumi, più sicurezza, meno immigrati clandestini e meno poveri? I numeri che sono testardi raccontano un disastro combinato da questi “salvatori della Patria” che invece di tirarla su, la Patria, l’hanno affossata. E se qualcosa negli ultimi tempi è migliorata lo si deve esclusivamente alla tenacia dei nostri imprenditori e alla capacità, tutta italiana, di tenere duro in qualsiasi circostanza. Anche la più negativa. È forse una nostra ubbia pre-elettorale vedere il complotto pronto per essere servito? No, perché la presenza di una volontà tesa a vanificare l’esito elettorale traspare con assoluta evidenza. È stato il “solito” Massimo D’Alema a ipotizzare, per primo, “il Governo del Presidente” come alternativa ad un ipotetico impasse post-elettorale. A lui si sono aggiunti, sebbene con differenti sfumature, gli alleati di contorno del Partito Democratico. Da Emma Bonino a Beatrice Lorenzin e, dulcis in fundo, al redivivo Romano Prodi che è tornato per dare una pedata a Matteo Renzi e un soccorso rosso all’evanescente lista di “Insieme”. È stato un coro entusiasta per la preservazione del “mite” Paolo Gentiloni nel posto occupato attualmente. Costoro, in coalizione col Pd, probabilmente fungeranno soltanto da portatori d’acqua al gruppo parlamentare “dem”, visto che per la nuova legge elettorale, non superando la soglia del 3 per cento, non avranno diritto alla rappresentanza parlamentare e i voti da loro raccolti, superiori all’1 per cento, andranno a confluire nel risultato del partito alleato che avrà superato la soglia di sbarramento, cioè il Pd. Eppure, tutti loro parlano di Matteo Renzi come di un dead man walking, un morto che cammina. Nessuno lo vuole a Palazzo Chigi. È Gentiloni il predestinato, lo vogliano o no gli italiani. Bisogna allora che gli elettori siano avvertiti del pericolo e si attivino per evitare l’ennesimo colpo di mano. Ma è anche fondamentale che nessuno, soprattutto a destra, caschi nella trappola che gli si sta preparando di una drammatica chiamata in correità nel compimento del progetto eversivo, con il falso pretesto di agire per il “bene del Paese”.

L’unico balsamo che fa bene al popolo è quello che gli restituisce la sovranità, non quello che gliela sottrae. E se davvero il 4 marzo le urne non dovessero dare una maggioranza chiara e definita? È l’obiezione pretestuosa degli aspiranti “golpisti”. Semplice! Si torna o votare. E non importa quante volte occorreranno. Si continuerà a farlo fin quando gli italiani non avranno da loro trovato la quadra per la formazione di un governo legittimo. Non v’è altra soluzione che ci tenga al riparo dal rischio di un annientamento della democrazia.