Quando il pericolo viene da Bruxelles

Siamo alle solite. In Italia il fronte riformista presente nel centrodestra fa di tutto per rendere digeribile agli italiani l’incombente presenza dell’Unione europea negli affari interni delle singole realtà nazionali, particolarmente quelle più deboli. Ma per quanti sforzi si facciano arriva puntuale la scivolata a gamba tesa dell’eurocrate di turno a distruggere l’opera con una frase sparata a casaccio. E, come nella canzone di Paolo Conte “Bartali”, a incazzarsi non sono i francesi ma gli italiani.

Ieri l’altro è stato il turno di Jean-Claude Juncker di dire la castroneria di giornata sulla situazione politica nostrana. Il Presidente della Commissione europea si è detto preoccupato della situazione politica nel nostro Paese, sentenziando un criptico “prepariamoci a un governo non operativo”. Ma chi glielo ha detto che in Italia, dopo il 4 marzo, sarà il finimondo? Forse si tratta della stessa persona che aveva pronosticato disastri a seguito della Brexit e la terza guerra mondiale con la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti? Si potrebbe a stento sopportare che profezie del genere le formulasse il cameriere della sala ristorazione della sede di Bruxelles della Ue, ma è assolutamente inaccettabile che provengano dal massimo vertice del medesimo palazzo. Per due ordini di ragioni. Il primo di principio. L’Italia è ancora un Paese sovrano. I suoi cittadini hanno il diritto costituzionalmente garantito di scegliersi i rappresentanti politici da mandare in Parlamento che ritengono più rispondenti alle loro idee riguardo alla gestione della cosa pubblica. Pertanto, non si avverte il bisogno che qualcuno, dall’estero, ci spieghi cosa è meglio o è peggio fare. L’uscita infausta di Juncker è un’indebita quanto inopportuna intromissione nei processi democratici di uno Stato sovrano. Per questo, cartellino rosso al lussemburghese.

Seconda ragione. Nel momento del maggiore stress al quale l’intero sistema economico-sociale di un Paese è sottoposto per l’approssimarsi della conclusione della fase di selezione della nuova classe dirigente che avrà il compito di formare e assicurare l’appoggio parlamentare al Governo, prodursi in una previsione tanto distruttiva, sebbene palesemente infondata, non può non avere ripercussioni sul merito di affidamento del Paese sui mercati finanziari. Non è un caso se, dopo l’improvvida dichiarazione di Juncker, la Borsa di Milano abbia chiuso in ribasso con il Ftse Mib a -0,84 per cento, in controtendenza rispetto alle chiusure di giornata degli altri listini europei e si sia riaffacciato lo spread Btp-Bund che ieri ha superato la soglia dei 140 punti portando il rendimento del titolo italiano al 2,09 per cento.

Viste le conseguenze, Juncker si è affrettato a rimangiarsi le dichiarazioni dell’altro ieri, ma ormai la frittata era stata scodellata. Di là dal valore (nullo) della sua retromarcia resta il fatto che il Presidente della Commissione europea non doveva permettersi la stupida intromissione. Certe uscite servono soltanto ad eccitare gli animi contro l’Ue e a riproporre all’attenzione dell’opinione pubblica il tema, al momento irrisolto, dell’effettiva utilità dell’appartenenza a una organizzazione sovranazionale sempre più distante dal sentire dei cittadini e sempre più opprimente rispetto alle istanze di libertà e di autonomia avvertite dalle popolazioni locali. Il ragionamento dell’italiano medio verso il quale la politica incontra difficoltà crescente a rispondere è il seguente: questa Unione ci ha lasciato da soli a gestire la crisi dei migranti, offre soldi a valanga a quei Paesi che li usano per farci concorrenza sleale affamando la nostra classe lavoratrice, come sta accadendo nella vicenda della delocalizzazione della Embraco di Riva di Chieri. Si preoccupa di misurare il diametro delle vongole ma non di contrastare efficacemente il fenomeno dell’“italian sounding”, la pratica della contraffazione dei prodotti nostrani, prevalentemente nell’agroalimentare, che colpisce il “made in Italy”, e poi pretende di decidere a priori chi sarebbe meglio per noi tenere sulla poltrona di Palazzo Chigi.

Conclusione scontata: che restiamo a fare in un organismo del genere? Nessuna meraviglia se dopo la stupidaggine di Juncker i movimenti euroscettici e anti-euro abbiano conquistato consensi. Matteo Salvini e i Cinque Stelle dovrebbero mandare fiori e cioccolatini al Presidente della Commissione per ringraziarlo delle sue scriteriate parole e invitarlo a pronunciarne altre di uguale tenore, almeno una volta al giorno fino al prossimo 4 marzo. Così avrebbero la maggioranza assoluta in tasca. Bando agli scherzi. Risolta la questione elettorale il nuovo governo, che auspichiamo sia di centrodestra, dovrà porre all’ordine del giorno una seria revisione dei rapporti con le istituzioni di Bruxelles. Non è possibile che l’Italia venga trattata da Paese minus habens pur essendo la potenza regionale che è: per storia, cultura, economia e forza strategica. Seconda manifattura del continente, ai primi posti come contributore netto dell’Unione, forza impegnata con le proprie missioni militari in molti teatri di guerra sparsi sul pianeta e c’è ancora qualcuno a Bruxelles che pensa di trattarci da sguatteri del Guatemala, come chioserebbe in un commento telefonico la sfortunata ex ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi?

In un mondo rovesciato qual è il nostro chi soffia sul fuoco dell’anti-europeismo non sono soltanto le patetiche teste rasate che vagano in giro per il continente quanto i medesimi padroni del vapore che per dovere d’ufficio dovrebbero preoccuparsi di custodire se non d’incentivare un rinnovato senso d’appartenenza alla casa comune europea.