Le più complesse elezioni della storia repubblicana

Mi sembra di poter dire, con scarso timore di essere smentito, che quelle che si stanno approssimando rappresentano le più complesse elezioni della storia repubblicana. Elezioni, occorre in primis sottolineare, rese ancor più difficoltose da una legge elettorale che sembra veramente scritta con i piedi, tanto per usare un eufemismo.

In sostanza, dato quasi per scontato che difficilmente un singolo partito, o schieramento, riuscirà a conquistare la maggioranza dei seggi parlamentari, ai cittadini-elettori viene chiesto di effettuare una sofisticata operazione di filtraggio politico, per così dire, sostenendo quelle formazioni che, ribaltando completamente i loro propositi pre-elettorali, siano in grado di formare dopo il 4 marzo alleanze spurie in nome della tanto agognata governabilità. Tant’è che, al di là di alcune classiche contrapposizioni di facciata tra i vari blocchi politici, si assiste a una più sottile ma significativa concorrenza trasversale basata a grandi linee su alcuni precisi riferimenti politici. Tra questi ultimi mi sembra di individuarne un paio assolutamente fondamentali per il futuro della nostra traballante democrazia: la tenuta dei conti pubblici attraverso una necessaria disciplina di bilancio e la permanenza dell’Italia in Europa nella moneta unica.

Ed è proprio su tale discrimine che andrebbe misurato il tasso di populismo, che oramai sembra dilagare ovunque, dei singoli partiti, al fine di enuclearne la quantità di ragionevolezza sufficiente a non trascinare il Paese nel baratro di una crisi sistemica irreversibile. Da questo punto di vista mi sembra evidente in una prospettiva di Governo, al netto del tourbillon delle promesse elettorali, che chi pone come prioritaria la permanenza dell’Italia in Europa, pensiamo a Forza Italia o +Europa di Emma Bonino, si ponga già nelle condizioni di restare entro i parametri dell’attuale disciplina di bilancio, escludendo a priori avventurismi finanziari che risulterebbero assolutamente catastrofici.

Avventurismi che al contrario, malgrado la ridicola infarinatura di tecnicismo che i grillini hanno tentato di darsi con la pagliacciata di un Esecutivo dei “migliori” già confezionato, continuano a rappresentare la cifra politica del Movimento 5 Stelle, vera Spada di Damocle per uno Stato indebitato fino al collo come il nostro. Uno Stato che spende nel welfare più della Svezia, ossia oltre il 57 per cento di una già proibitiva spesa pubblica, ma che i grillini non hanno assolutamente in animo di ristrutturare, cercando eventualmente di riequilibrarla in favore dei ceti più bisognosi.

Niente di tutto ciò. Come ha più volte ribadito Luigi Di Maio, capo politico di una formazione del tutto priva di un ragionevole orientamento politico, il M5S intende incrementare la spesa pubblica attraverso politiche espansive per lo sviluppo e misure di sostegno ai redditi che non stanno né in cielo né in terra. In questo senso, a prescindere dalle proprie preferenze politiche, chiunque abbia compreso che per l’Italia non c’è alcuna speranza al di fuori della zona Euro, evitando una colossale bancarotta, dovrebbe tenersi ben distante da chi propone, in estrema sintesi, di mandare il Paese in default.