Centrodestra: quando competere fa sangue

Centrosinistra e Movimento 5 Stelle accusano il centrodestra di essere diviso al suo interno. Ne hanno fatto argomento di campagna elettorale come se confrontarsi e discutere fosse una deminutio, un vulnus da esorcizzare. Invece, cosa vi può essere di più salutare di una leale competizione? Vale per tutti gli ambiti dell’attività umana. Dall’economia, allo sport, alla cultura. Perfino l’amore può essere vivificato da un sano spirito di competizione. Quando si smette di competere la natura umana si fa bolsa e pantofolaia; si accontenta del poco e perde forza reattiva. Allora, se la concorrenza dà sale alla vita perché demonizzare il duello tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini? Se non fosse per loro che vi stanno iniettando sangue questa campagna elettorale sarebbe un funerale.

Ancora una volta il Paese deve essere grato al vecchio leone di Arcore che avendo reso contendibile la leadership della coalizione ha dato la stura ad un confronto serio e costruttivo nella destra italiana sulle differenti declinazioni del modello sociale di cui sono portatrici le sue molte anime. Era ora che qualcuno avesse il coraggio di porre all’ordine del giorno il tema di quale destra voglia il Paese. Non è un mistero, e neppure un peccato mortale, che vi siano oggi almeno due paradigmi di società non sovrapponibili, maturati entrambi nel corpo vivo della destra politica: quello liberale-riformista e quello nazionalista-identitario.

Finora, nel quarto di secolo di vita della coalizione di centrodestra il tema della diversità teleologica dei due sottoinsiemi ideali/valoriali, non essendo stato efficacemente affrontato, ha generato contraddizioni e insufficienze nell’azione di governo. Consapevole del fatto che, in caso di vittoria elettorale della coalizione, non ci si dovesse trovare nelle medesime condizioni paralizzanti del passato, Berlusconi ha preso il toro per le corna ponendo sul tappeto la questione e lasciando che a decidere fossero direttamente gli elettori nelle urne. Perché è ciò che accadrà quando il cittadino determinato ad abbracciare la causa del centrodestra si troverà a vergare il simbolo di Forza Italia, oppure quello della Lega o delle altre componenti della coalizione.

Tuttavia, scegliere l’uno non comporterà la prevaricazione delle ragioni degli altri. Vi sarà sempre e comunque un contemperamento delle posizioni mediante il ricorso alla mediazione negoziale in vista di una sintesi. Questa è la politica nella sua espressione più nobile: compromesso tra parti concorrenti. Ovvio che gli avversari, la sinistra in primis, mastichino amaro di fronte alla novità introdotta da Berlusconi. L’idea che si possa riportare nella prassi politica lo strumento della mediazione per garantire la dinamica istituzionale provoca l’orticaria a quel grumo di interessi opachi che in questi anni ha percorso convintamente la strada del consociativismo, sinonimo di paralisi della democrazia. È il trionfo dell’“anomalia” berlusconiana che altrove, nelle grandi democrazie europee, non ha fatto breccia. Non per inadeguatezza del progetto ma per l’inattitudine dei soggetti chiamati a sperimentarlo. Ancora una volta la duttilità del genio italico ha fatto aggio sulla rigidità degli schematismi altrui. E ciò spiega parzialmente il ravvedimento operoso dei media internazionali che dopo anni di attacchi ingenerosi, oggi a vele basse riconoscono a Berlusconi la statura del grande leader portatore di una visione di futuro.

L’Italia deve essere grata a questo centrodestra che si è messo in discussione condizionando l’agenda politica anche degli altri partiti. Se oggi i rapporti con le autorità centrali dell’Unione europea non sono più un tabù ma una condizione che può essere messa in discussione e migliorata lo si deve al confronto aperto nel centrodestra sul tema. Se anche la sinistra della modica quantità di progressismo ha cominciato a fare i conti con la deideologizzazione delle politiche migratorie chi si deve ringraziare se non la coalizione che sui contenuti specifici discute e compete al suo interno? Lo stesso dicasi per le problematiche del lavoro, della sicurezza e del disagio sociale. Tutti temi che prima di finire nell’agone della campagna elettorale sono stati i vettori del confronto interno al centrodestra.

Domani tra Forza Italia e Lega sarà una lotta all’ultimo voto. Comunque finirà sarà stata una contesa gagliarda e per nulla inutile. A prescindere da quale dei partiti della coalizione avrà più consensi, il centrodestra nel suo complesso ne beneficerà. E con esso il Paese, che avrà guadagnato un governo forte e autorevole, guidato da Antonio Tajani o da Matteo Salvini si vedrà. La “mission” è quella di riportare la nave Italia sulla rotta giusta. Se questo sarà il risultato cosa chiedere di più, e di meglio, a una competizione a viso aperto?