Il Cavaliere e Forza Italia si muovono? Forse

Diceva quel tale che in politica, e non solo, il movimento è tutto. Può darsi. Anzi, sarà davvero così, non fosse altro perché la politica non è mai statica perché in relazione ai movimenti altrui. Il fatto è che per Forza Italia e per Silvio Berlusconi la stasi è stata fin ad ora, spesso e volentieri, una condizione, se non obbligata, di certo di tutta evidenza.

Siccome non serve a nulla andare a ricercare i perché e i percome, occorre soffermarci qualche tempo sulle ultimissime uscite del Cavaliere annuncianti una vera e propria novità in riferimento al suo partito-movimento che, ad essere sinceri, non sta attraversando un periodo di fulgore. Anzi. E ritrovarne i motivi non è così complicato basti notare che la discesa nei consensi è in atto da diverso tempo anche se, nelle ultimissime elezioni, qualcosa di positivo sembra scorgersi. Si dirà, come si dice sui media, che si è trattato di una competizione locale, amministrativa, comune per comune, ecc.. Vero, verissimo. Ma la discesa si è fermata e qualche segnale di una risalita non è invisibile. Purché non sopravvenga un altro periodo di “ferma” che, se non fatale per FI, sarà di certo utilissima alla costante risalita di una Lega con un Matteo Salvini, come si dice, scatenato.

Intendiamoci, la Lega, questa Lega, ha poco o nulla a che fare con quella del suo fondatore Umberto Bossi incentrata sul Nord, sul localismo, sulla questione settentrionale contrapposta, sia pure elettoralmente, a quella meridionale. E diciamo elettoralmente giacché sul piano governativo – dove la Lega dei Bossi e dei Maroni ha potuto cimentarsi alleata al Cavaliere – non è sembrato che la voglia di settentrionalizzare col movimento un meridionale statico nelle sue storiche “indolenze”, abbia brillato di successo in successo. Capita e capiterà.

Il fatto è che Salvini ha preso in mano un leghismo che era sceso precipitevolissimamente nei risultati, cambiandone radicalmente il suo portato per dir così politico, sgombrandone gli spazi localistici per farvi accomodare i consensi non derivanti dal nordismo di lotta e di governo ma emersi dai vuoti lasciati da altri, sia dal Pd renziano che, nel nostro caso e soprattutto, dalla crisi del cosiddetto berlusconismo, vale a dire di Forza Italia che ha indubbiamente ingrossato e ingrassato un salvinismo in ascesa. Forza Italia. Un partito definito personalistico.

Una definizione secca ma non errata e neppure fuorviante ché la figura di Berlusconi è tutt’una con la sostanza e la forma di Forza Italia e nessun osservatore con un minimo di obiettività rischia di finire sotto la lente se riflette su una condizione siffatta, tanto più che altre forze per dir così nuovissime, come il M5S incarnato dalla persona di Beppe Grillo oltre che dalle aritmetiche computerizzate di un Casaleggio sulla cui funzione niente affatto seconda o secondaria sarebbe prima o poi interessante soffermarci.

Per riprendere il ragionamento su Forza Italia e seguendo il filo delle recentissime parole di Berlusconi con quel loro senso di proposte a loro modo innovative nella cosiddetta morta gora forzaitaliota, sarebbe fin troppo ovvio constatarne la non rivoluzionarietà, termine che peraltro non appartiene al vocabolario del Cav e neppure del suo partito, in favore, semmai, di un riformismo, sia pure enunciato in sottovoce e applicato, secondo i nemici, pro domo sua, ma nella sostanza in forme per dir così niente affatto rumorose. E comunque da non sottovalutarne, come per queste recenti, un effetto positivo anche e soprattutto in riferimento al non detto, ma che segnalano a ogni modo un senso di movimento e la necessità di un rinnovamento. Talché, come suggerisce il nostro direttore, la consapevolezza di una fine della rendita di posizione deve coincidere con una ripresa dello spirito e del significato di rigenerazione, della non più rinviabile necessità di rappresentazione, dell’obbligo, insomma di un muoversi, di un andare, di un crescere.

Ma sia di nuovo lecita una considerazione a proposito del contesto interno a FI su cui le proposte berlusconiane sono cadute. Ci si chiede, e non solo da parte di chi scrive, chi e che cosa ne abbia costretto a un quasi silenzio i vertici, di partito e parlamentari, locali e nazionali. Ci si domanda, in altri termini, da quale oscura maledizione divina sia derivata una quasi latitanza, una specie di assenza, una sorta di sottovoce persino nei dibattiti più obbligati per un movimento che si è visto abbandonato dal suo alleato leghista, che pure si era giovato elettoralmente di quella alleanza, andato a Palazzo Chigi insieme a un Luigi Di Maio il cui grillismo del “vaffa” è cresciuto il 4 marzo a forza di badilate di letame contro Berlusconi. E meno male che persino una vicepresidenza del Consiglio, non singola ma duale, si stia dimostrando una via di mezzo fra un grido e una gaffe. Deus vult? Chissà.