Per Open Arms Salvini è un assassino

C’è chi dà dell’assassino al ministro dell’Interno, Matteo Salvini: è l’associazione spagnola Proactiva Open Arms. Fondata nel 2015, l’Organizzazione non governativa si è dedicata al recupero di profughi dalle acque del Mar Egeo, passando successivamente a “coprire” la più affollata rotta libica. Che non si trattasse di un’associazione fatta da stinchi di santo lo hanno sospettato in molti, anche negli anni delle vacche grasse per i professionisti della solidarietà, col centrosinistra al governo. La giustizia italiana si è occupata della benemerita associazione. Nel maggio 2017 la Procura della Repubblica di Palermo ha aperto un fascicolo a carico dell’equipaggio della nave “Golfo Azzurro”, nelle disponibilità di Proactiva Open Arms. Gli inquirenti ipotizzavano che vi fossero state intese illegali tra l’equipaggio della nave e i trafficanti di esseri umani in occasione di un soccorso effettuato a 220 immigrati, recuperati da “Golfo Azzurro” e successivamente sbarcati a Lampedusa. L’indagine è stata archiviata di recente perché secondo gli inquirenti: “…non si ravvisano elementi concreti che portano a ritenere alcuna connessione tra i soggetti intervenuti nel corso delle operazioni di salvataggio”.

Per una archiviata ne resta un’altra aperta alla Procura di Catania. Lì l’accusa è seria: associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. L’autorità giudiziaria ha sequestrato l’imbarcazione “Astral” di Proactiva Open Arms nel porto di Pozzallo in Sicilia. Ma, lo scorso aprile, il Gip del Tribunale di Ragusa ne ha disposto il dissequestro. Perché raccontiamo tutto questo? Giusto per inquadrare con chi si ha a che fare.

L’Organizzazione privata spagnola sfida il nostro Governo vomitandogli addosso la responsabilità per le morti orribili di una donna e di un bambino annegati qualche giorno fa nel naufragio di un gommone salpato dalla Libia. Il fondatore della Ong, Oscar Camps, accusa la Guardia costiera libica di aver deliberatamente lasciato annegare le due povere vittime. Per il signor Camps non vi è dubbio alcuno che il mandante degli annegamenti in mare sia il ministro dell’Interno del Governo italiano che orienterebbe i comportamenti dei guardacoste libici. “Sono assassini arruolati dall’Italia. Ecco cosa fanno i tuoi amici, Salvini…” ha tuonato Camps.

Ora, si potrà essere o no favorevoli al Governo giallo-blu; Salvini potrà stare simpatico o antipatico, ma è del tutto inaccettabile che un personaggio opaco che, in ipotesi, potrebbe risultare responsabile dei reati sui quali la Procura di Catania sta indagando, quindi un potenziale delinquente, osi oltraggiare il nostro Paese, per il tramite del suo ministro dell’Interno. Ancor più grave è il sospetto che l’Ong che sfida il Viminale abbia in programma di usare i morti in mare come arma di ricatto contro l’Italia. Uno Stato democratico di solide radici costituzionali non può essere esposto alla pressione estorsiva di nessuno, Stato estero o ente privato che sia.

Ciò che il signor Camps ignora è che gli italiani hanno conosciuto il terrorismo. Fu un periodo dolorosissimo della storia repubblicana, gravido di sangue innocente scorso dalle mani degli aguzzini “rivoluzionari”. Molte brave persone persero la vita, ma lo Stato tenne duro e non si piegò ad alcun ricatto. Aldo Moro fu rapito e ucciso dalle Brigate rosse perché lo Stato non volle scendere a patti con i sequestratori. C’è n’è voluto ma il terrorismo è stato sconfitto. Cosa che avverrà anche con i trafficanti di esseri umani e i loro complici in affari. Ora che i riflettori europei sono puntati sul Mediterraneo meridionale si arriverà a maneggiare il bandolo della matassa. Che non è la ripartizione tra i Paesi volenterosi delle masse che approdano sulle nostre coste ma l’azione incisiva di un fronte europeo coeso nell’impedire le partenze alla fonte. A cominciare dai porti libici per risalire le rotte di transito dei migranti fino ai Paesi d’origine. In queste ore il Governo italiano, tramite il suo rappresentante a Bruxelles, l’ambasciatore Luca Fraschetti Pardo, ha chiesto ai partner dell’Unione di rivedere alcune regole dell’operazione “Sophia” di Eunavfor Med. In particolare, Roma chiede la rimozione della “clausola Renzi”. Si tratta dell’accordo suicida stipulato dall’allora governo del centrosinistra in forza del quale si sospendeva l’efficacia del Regolamento di Dublino sul diritto d’asilo per consentire alle navi dei Paesi Ue impegnate nell’operazioni di salvataggio in mare di sbarcare i migranti recuperati davanti alle coste libiche esclusivamente nei porti italiani. È un fatto che L’Unione stia prendendo consapevolezza che il problema migrazione non possa essere soltanto una questione italiana. Ma non basta. Il bersaglio grosso resta la Libia. Bisogna rendere sicuri i porti del Paese Nordafricano. Per farlo occorrerà impiegare un contingente militare a presidio delle zone dove potrebbero essere convogliati i migranti recuperati in mare.

E se l’Unione europea non ci seguisse su questa strada? Poco male, l’Italia può fare da sola. L’articolo 19 del Trattato d’Amicizia Italia-Libia del 30 agosto 2008, di recente riattivato dal Governo giallo-blu, prevede l’intensificazione della collaborazione nella lotta all’immigrazione clandestina. Il che non si risolve col dare denaro, mezzi e armi ai libici perché facciano a modo loro. Il “ghe pensi mi” non funziona quando si tratta di Libia. Occorre che sia l’apparato istituzionale italiano, meglio se associato a quello degli altri Paesi europei, a dirigere la musica. Riguardo ai provocatori di Proactiva Open Arms ci usino una cortesia: oltre alle braccia, aprano anche i libri della contabilità e mostrino i nomi dei finanziatori. A differenza loro non useremo il ricatto dei morti per farci dire chi li paga per fare i fenomeni. In Italia si conosce il senso dell’onore, oltre a quello della decenza.