Occhio alla partita su Cassa Depositi e Prestiti

Diciamocelo con franchezza: finora il Governo giallo-blu ha usato i fumogeni per creare gli effetti speciali. Ha funzionato, visto l’aumento di consenso registrato dai sondaggi, nel primo mese di governo, in favore delle due forze politiche di maggioranza. Ma adesso, dopo l’ouverture wagneriana del duo Salvini-Di Maio, si va alla ciccia dei problemi reali. E che ora si cominci a fare sul serio lo dimostra il fatto che si registrano le prime vere tensioni tra gli alleati. Sul tappetto ci sono le nomine di competenza governativa dei vertici di un gran numero di enti pubblici o partecipati dallo Stato. Non è questione di dettaglio. E sbaglia chi pensi che sia il solito assalto alla diligenza delle poltrone con cui omaggiare amici, parenti e sodali dei capibastone dei partiti di maggioranza. Alcune delle scelte riguardano da vicino il modello di Paese al quale lavorare per il futuro. Quindi, esse devono ritenersi strategiche a tutti gli effetti. Come nel caso della Cassa depositi e prestiti, per la quale non si è trovata la quadra nella definizione della governance.

L’opinione pubblica se ne interessa poco, distratta com’è dalla marea di tweet con cui i politici inondano il web. Ma la comunicazione breve e istantanea è come la lepre lasciata libera di scappare perché la muta di cani le possa correre dietro. Chi è temprato dagli anni, e dall’esperienza, sa bene cosa fare: ignorare la lepre e attendere che esca dalla tana la preda più ambita. Ed eccoci serviti: la caccia grossa che deve appassionarci è quella alla nomina dei vertici di Cdp. Chi la spunterà tra la Lega e i Cinque Stelle sarà messo nelle condizioni di cambiare il volto dell’Italia. È noto che nei programmi grillini la Cdp dovrebbe funzionare da banca pubblica d’investimenti. Il che vuol dire indirizzare i risparmi degli italiani, messi nei depositi postali, a finanziare i piani strutturali e infrastrutturali individuati dal Governo per rilanciare la ripresa economica. Potrebbe sembrare una buona cosa se non fosse che nasconde delle insidie pericolosissime. Il denaro che eventualmente verrebbe investito deve dare profitto.

Il che esclude tassativamente che possa essere impiegato per operazioni destinate a creare nuovi carrozzoni pubblici. Non c’è motivo valido per aprire una mega Cassa del Mezzogiorno, di cui non si avverte il bisogno neanche al Sud, da estendere a tutto il territorio nazionale. Per stare sul concreto, il combinato disposto della battaglia grillina per la governance di Cdp e l’annuncio di ieri del ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, di volere riportare l’Alitalia allo stato di compagnia di bandiera con il 51 per cento delle azioni nella mano pubblica, non può non allarmare. Mettiamola giù così: si riscoprono pozzi senza fondo per buttarci dentro fiumi di denaro che, però, non proverebbero dalla fiscalità generale, che poi è la tasca di tutti noi, ma dal risparmio privato, cioè di coloro che hanno portato i soldi all’ufficio postale perché gli dessero un piccolo ma sicuro rendimento. Oggi Cdp è un modello riuscito di attività finanziaria a sostegno degli investimenti produttivi. Nel 2017 il Gruppo Cdp SpA ha mobilitato risorse per 33,7 miliardi di euro su un totale d’investimenti attivati di 58 miliardi di euro; ha prodotto un utile netto di 2,2 miliardi di euro con un +33 per cento rispetto al 2016 e un utile netto consolidato di 4,5 miliardi di euro. Sono stati distribuiti agli azionisti dividendi per 1.345.159.412,96 di euro.

La solidità patrimoniale è rafforzata con un patrimonio netto di 24,4 miliardi di euro e un patrimonio netto consolidato pari a 35,9 miliardi di euro. Non occorre essere un operatore di borsa per capire che questi saldi di bilancio fanno venire la voglia anche alla casalinga di Voghera di precipitarsi all’ufficio postale a convertire un po’ degli spiccioli del conto corrente in deposito postale o in buoni fruttiferi. È questione di fiducia. Il Governo faccia in modo che resti tale. Ecco perché preoccupa non poco l’avventurismo delle dichiarazioni dei pentastellati. Se avessero avuto per qualche istante la smania di darsi alle spese pazze avendo messo le mani sulla cassaforte, è auspicabile che la Lega, che ha una governance di politici forgiati in una tana di faine, glielo impedisca. Su una questione di tale portata è legittimo arrivare a minacciare la crisi di governo. Matteo Salvini sostiene di essere ancora, a tutti gli effetti, il capo del centrodestra. Lo dimostri nei fatti, sbarrando la strada a derive dirigiste del sistema economico che porterebbero il Paese alla rovina.

Altro che la lagna del presidente di Confindustria il quale, con la polemica d’accatto sull’introduzione delle causali per i rinnovi dei contratti di lavoro a termine, somiglia sempre di più al capo di una banda di questuanti con le pezze al sedere. Il Governo ha in mente di scrivere il piano industriale del Paese? Benissimo. Ma deve dettagliare fino al centesimo di euro da quali tasche prendere i quattrini da investire. Cdp già fa il suo, egregiamente. Investe su Government, Pubblica Amministrazione, Infrastrutture, Imprese, Internazionalizzazione e nel settore immobiliare. Lo fa utilizzando gli strumenti finanziari dei Fondi d’Investimento, dei prestiti e titoli, delle garanzie, della liquidità e delle risorse di terzi. Una governance targata Cinque stelle come riposizionerebbe Cdp sul mercato? Cari amici leghisti, ai quali i piedi devono dolere parecchio a furia di stare in tante staffe, come direbbero le teste d’uovo “marzullizzate” dell’Istituto Bruno Leoni, fatevi una domanda e datevi una risposta.