Politica e immigrazione: fiction e realtà

A ben vedere la fiction non è, sic et simpliciter, finzione. Sì, certo, la traduzione letterale funziona, fila, corrisponde al modello, come si dice. Il fatto è che il modello è sempre e comunque troppo vago - nel termine e non nella sua funzionalità - cosicché la finzione viene facile, la bugia fa da compagnia insieme a una sorta di rottura, di capovolgimento, di rovesciamento della prassi ovvero della realtà.

Già, la realtà, la verità, i fatti, non è che scompaiano con la fiction ovvero con la loro rappresentazione, ma divengono in un certo senso sussunti da un esproprio niente affatto violento e neppure obbligato, anzi. Cosicché la stessa fiction rischia di prendere il posto - e i voti, in una politica come quella pentastellata (e qua e là leghista) - del fatto la cui sterilizzazione è bensì conosciuta ma poco o niente temuta o filtrata se non accettata e comunque praticata. Dal pubblico ma, diciamocelo almeno inter nos, da chi sta facendo politica nei confronti dell’immigrazione, degli sbarchi, dei rifugiati, dei clandestini, dei vivi e dei morti, donne e bambini compresi.

Già, l’immigrazione come l’appuntamento fatale di un’apocalisse, come evento quotidiano di una trasmigrazione epocale, come avvento, si direbbe, di un altro mondo e di un destino ineluttabile ma, attenzione, destino e mondo che non ci riguardano ma, semmai, ci guardano e noi li guardiamo, come un film. Come una fiction, appunto.

Intendiamoci, la reazione del cosiddetto pubblico - da non confondere col popolo - non può che essere del tipo di cui sopra non tanto o non soltanto per la potenza dei media figliati dalla antica fotografia ma per una sorta di autodifesa che non significa respingimento della realtà ma la sua traduzione in rappresentazione. E la politica? Il Governo? I responsabili della cosa pubblica? I suoi ministri? Con, appunto, l’immigrazione?

Non si vuole qui chiamare alla sbarra nessuno né vogliamo essere colti da quella specie di cupio dissolvi antigovernativo politico che è (o è stato), semmai, il segno, la sigla del grillismo ai suoi albori. Ma come non vedere che troppo spesso le reazioni e i provvedimenti effettivi (scarsi se non nulli) si collocano anch’essi in una dimensione dove fa aggio, sulla realtà, la sua rappresentazione per dir così filmata, la fiction, con tanto di esternazioni a loro volta attoriali, da palcoscenico dove la retorica diventa un rifugio e, al tempo stesso, una reazione simile al controbilanciamento di una rappresentatività che impone la sua legge, i suoi tempi, i suoi modelli e, dunque, le risposte non possono non essere che fini a se stesse e funzionali a quel tipo di politica che è divenuta ormai uno stile col quale, a volte, stendere una sorta di velo sulle differenze interne in una maggioranza, sulle inevitabili divisioni di pareri sottoponendole a una astrazione tipica ,per l’appunto della finzione.

Del resto, alla stentorea e ribadita decisione del ministro degli Interni Matteo Salvini sulla chiusura dei porti, qualcuno ha pensato a una distrazione, ad essere buoni, del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli sullo sfondo della legge del mare con le sue implicazioni, i suoi obblighi e le sue durezze, che non sono affatto un film. Ed è così che l’intervento del presidente della Camera Roberto Fico, a proposito del problema immigratorio, si iscrive in questo contesto narrativo e rappresentativo giacché la sua ferma, fermissima dichiarazione sull’obbligatorietà di salvare dal mare crudele, chiunque sia esso nero, bianco o giallo, sempre e comunque, corrisponde tanto più a una nobiltà d’intenti quanto meno a una sua effettività concreta di cui mancano cenni e progetti. A meno che lo si voglia leggere come una replica di tutt’altro genere “ideologico” al salvinismo di lotta e di governo. Ma, come si vede, sempre nel quadro di una narrazione, di uno spettacolo. E la politica? Fiction pure lei. Meglio che niente, si capisce. Ma analogie comportamentali se ne riscontrano quotidianamente come se lo stile di cui sopra imponesse la sua logica riprendendo e riaffermando la legge del blog, dei tweet, degli spot di una campagna elettorale continua che, come si sa, è fatta di promesse da che mondo è mondo. E i fatti?