Cassa depositi e prestiti e il potere che non abbiamo

La partita della Cassa depositi e prestiti si è risolta. Sarà Fabrizio Palermo il nuovo amministratore delegato. I Cinque Stelle cantano vittoria perché pensano che il manager scelto possa interpretare al meglio la linea “aperturista” che i post-grillini vorrebbero imprimere alla cassaforte dei risparmi postali degli italiani. Palermo, che ha una solida esperienza professionale maturata negli anni trascorsi in Morgan Stanley da analista finanziario, è però anche un “tagliatore di teste” essendo stato per sette anni alla McKinsey & Company, società internazionale di consulenza manageriale, a occuparsi di ristrutturazioni aziendali prima di approdare alla Cdp di cui è stato finora Chief Financial Officer (cfo), dopo essere passato per alcuni incarichi rilevanti in Fincantieri.

Se Luigi Di Maio e soci pensano di aver trovato il perfetto “sissignore” pronto a dispensare denari a loro richiesta per foraggiare le iniziative più sballate andranno incontro a una spiacevole sorpresa. Come si dice, i politici passano, i burocrati, e i manager, restano. Palermo è giovane ed è altamente improbabile che voglia bruciarsi una promettente carriera per stare dietro ai desiderata di qualcuno che vorrebbe disperdere il risparmio privato in un interventismo finanziario senza capo né coda. Temere dunque che da domani alla Cdp ci sarà la rivoluzione non ha senso. Anche perché il ministro dell’Economia Giovanni Tria riuscirà ugualmente a marcare stretto il nuovo Cda della Cassa depositi e prestiti, nonostante le cronache lo indichino come il grande sconfitto del primo giro di nomine. Il ministro aveva sponsorizzato, pensando che potesse essere un suo uomo, Dario Scannapieco, già vicepresidente della Banca europea per gli investimenti (Bei) e figura molto vicina al governatore della Bce Mario Draghi.

A ristoro della sconfitta subita Tria ha comunque ottenuto la nomina a direttore generale del Tesoro di Alessandro Rivera, proveniente dalla direzione sistema bancario e finanziario – affari legali del Mef e la conferma di Daniele Franco nel ruolo di Ragioniere generale dello Stato. Ma il vulnus che la disputa sui nomi da scegliere per occupare le posizioni strategiche controllate dalla mano pubblica ha posto in palpabile evidenza è un altro. È il braccio di ferro che si è determinato tra i vertici dei partiti che sostengono il Governo è il ministro dell’Economia che, da quando è stato varato l’Esecutivo, agisce da centro di potere indipendente dal contesto di Governo, nel quale purtuttavia è inserito. Bisognava attendere che vincessero le elezioni i populisti per svelare una cruda realtà che il centrosinistra aveva nascosto: gli Esecutivi non hanno il pieno controllo dell’azione di governo. Esiste un “terzo” che interviene a condizionare le scelte politiche di chi ha vinto le elezioni. Tale entità attualmente si materializza nella persona del ministro dell’Economia. La fonte che legittima il suo potere è extra-parlamentare. Ed extra-nazionale. I suoi dante causa sono a Bruxelles e Francoforte, nel palazzo della Banca centrale europea. Ora, non si tratta di fare del populismo a buon mercato, ma di sollevare una questione di principio e di metodo. Non è uno schema compatibile con un’architettura istituzionale democratica quello in cui si registra una sorta di sovranità limitata degli eletti del popolo a beneficio di un’autorità di rilievo governativo che agisce sulla base delle istruzioni impartite da soggetti non sottoponibili al vaglio della volontà popolare. Quello del ministro dell’Economia è un potere trasparente, nel senso che non è visibile a occhio nudo. Se la politica non fosse ridotta all’ipocrisia dovrebbe avere l’onestà di spiegare agli italiani che un governo che ha la fiducia del Parlamento non ha tutti i poteri che gli spetterebbero.

Si dovrebbe avere il coraggio di andare dagli elettori e dire loro: modificheremo l’articolo 95 della Costituzione per adeguarlo alla realtà. In fondo basta poco, un’aggiunta in coda al testo che recita: “Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”. Basterebbe chiosare: “…tranne quella del ministro dell’Economia il cui potere, esercitato esclusivamente d’intesa con il presidente della Repubblica, discende dalla Commissione europea, dal Governatore della Banca centrale europea e dal vertice del Fondo monetario internazionale dai quali il ministro prende ordini”. Ma è ciò che vogliono gli italiani? Essi, per quanto a volte appaiano umorali e inclini a innamorarsi dei pifferai sbagliati, hanno introiettato nella coscienza collettiva profonda il senso e lo spirito della democrazia.

Ciò che stride nella vicenda delle nomine non è che il ministro Giovanni Tria abbia avuto la peggio o la meglio ma il fatto che i rappresentanti delle forze di maggioranza abbiano dovuto contrattare la scelta dei manager con il convitato di pietra chiamato a rappresentare un interesse “terzo”. Intendiamoci, non che il dialogo su scelte decisive non sia importante ed è giusto che il titolare dell’Economia dica la sua, soprattutto quando invoca la sostenibilità delle scelte alla luce dei saldi di finanza pubblica. Ma passare dal confronto paritario alla secessione dalle meccaniche costitutive della democrazia è altra cosa che il nostro Paese non può consentirsi se non al prezzo, altissimo, di bilanciarlo con una controspinta di natura populista. Se siamo alle prese con un governo giallo-blu è principalmente perché da Mario Monti in poi ci siamo trovati al vertice, nella casella di ministro dell’Economia, qualcuno che si è presentato alla politica, e al Paese, dicendo: “mi manda Picone”.