Mangiare la foglia di… Fico

Ebbene, sussurriamolo almeno inter nos: il sogno fichiano (di Roberto Fico) sta per avverarsi, sia pure faticosamente. È pur vero che, per dirla col direttore, il Presidente della Camera dei deputati dà l’impressione di vivere nel Paese delle meraviglie giacché è forte la sua voce nel raccomandare piena indipendenza da parte dei lottizzati. Siamo lì, ci manca poco, poi arriveranno i nuovi capi delle tante aziende pubbliche, sulle quali, peraltro, si allunga l’altra parte sognante (!?) di Fico, ovverosia la realizzazione della democrazia diretta come volontà generale nel solco tracciato dal leggendario Rousseau e rinnovato da Davide Casaleggio, che una ne fa e cento ne dice in virtù della piena utilizzazione della Rete destinata, fra poco, a sostituire il Parlamento. E non è anche questo un sogno di Fico, che pure lo presiede ma ne sente, come dire, l’insufficienza, la non piena occupazione, la fatale debolezza, l’inevitabile sostituzione dalla “Rete”.

Loro sono fatti così e Luigi Di Maio ne è la figura più in alto (nel Governo), di spicco e, se vogliamo, esemplare anche e soprattutto perché nell’autoliquidazione delle opposizioni - dove si nota quel “Pd che da partito nazionale si è ridotto a forza appenninica del Wwf con pochi esemplari in parchi protetti” (Capezzone su “Italia Oggi”) - per cui il suo (di Di Maio) sforzo non sta soltanto nel declinare promesse pluri-quotidiane, ma nel prendere nota di quelle altrui; metti di un Matteo Salvini che annuncia di cambiare alcuni numeri a Bruxelles (a proposito di debito pubblico) o di un Casaleggio secondo cui quel tetto del 3 per cento del Prodotto interno lordo è anacronistico. Meglio, molto meglio la flessibilità, o di qualche sottosegretario che non vuole la Tav e un altro, al contrario, che ne è favorevole, mentre un terzo promuove la decrescita felice e, ovviamente, la chiusura dell’Ilva perché il “vento ne solleva le polveri con le pericolose nanoparticelle di Ipa e diossine che vengono emesse dalle cokerie”.

E che dire del ministro per il Sud, Barbara Lezzi, alle prese con il gasdotto pugliese Tap, che lei non vuole ma Michele Emiliano sì e s’alza e se ne va sbattendo la porta implorando il mitico Alessandro “Dibba” Di Battista in trasferta in Messico affinché rientri nelle Puglie al più presto. E allora sì che ne vedremo delle belle. O delle balle?

Certo, perché la riduzione della politica al suo stadio, come l’attuale, immediatamente prima del decesso, non è altro che la continuazione della campagna elettorale ma, con in più e in peggio, l’annuncio sistematico di mirabolanti promesse in una rincorsa fra i due alleati a chi ci mette sopra per primo la mano, pronto però a ritirarla se la cosa va storta persino nel caso di un Beppe Grillo, the big boss, scatenato contro la libertà di mandato dei parlamentari ritenuta né più né meno che “circonvenzione di elettore”. Ma ecco Roberto Fico (sempre lui) che, al contrario, intende difenderla perinde ac cadaver, perché si tratta di una libertà sacra. Il Fico, infine, che dal suo alto scranno, prima che l’impeto riformatore casaleggiano lo sostituisca con un tweet, manda a dire al non meno impetuoso (contro i migranti) Salvini che meritano rispetto, e non solo.

Una sorta di gioco a chi le spara più grosse e in cui il primo premio spetta all’infaticabile “ballista” Di Maio per il quale l’Italia, da povera ma bella di un tempo, è divenuta un Paese di morti di fame. Lo ha dichiarato serio serio, senza avvertirne l’implicita comicità degna dell’immortale Antonio De Curtis in arte Totò, in un’intervista da incorniciare: nel nostro Paese tre milioni di abitanti muoiono di fame. Non hanno da mangiare. Se non la foglia. Di Fico e di Di Maio.