Antipasto a 5 Stelle

Sono sostanzialmente d’accordo con Arturo Diaconale quando rileva la preoccupante paralisi di un Esecutivo che aveva promesso miracoli, ma che ora sembra stia “preparando e programmando la paralisi”. Paralisi la quale, sebbene io non ami citarmi, sono stato facile profeta nel prospettare su queste pagine all’indomani della nascita del surreale Governo giallo-verde.

D’altro canto, mancando qualunque copertura finanziaria, tanto nel breve che nel lungo periodo, per le folli promesse presenti nel contratto sui cui si è fondato l’accordo tra Lega e Movimento 5 Stelle, era chiaro che potevano esistere solo due strade percorribili per le truppe guidate da Matteo Salvini e Luigi Di Maio: o scassare rapidamente e profondamente i conti pubblici, mandando in default il sistema per manifesta insostenibilità del debito pubblico, oppure trincerarsi dietro una densa cortina fumogena di annunci e di pura propaganda, limitandosi a mettere in campo misure di scarso effetto sul bilancio pubblico, seppur presentate sotto l’etichetta di svolte epocali. Questo è assolutamente il caso del cosiddetto “Decreto dignità”, di cui si sono perse le tracce nei meandri dell’iter parlamentare (la qual cosa non può che far piacere al guru dei grillini, Davide Casaleggio, sempre più propenso a superare i vincoli e le guarentigie della noiosa democrazia rappresentativa), ma con l’aggiunta di una pericolosa variante.

Infatti questo modesto provvedimento, fortemente voluto da un Luigi Di Maio alla spasmodica ricerca di uno straccio di risultato da mostrare al suo elettorato composto da ingenui creduloni, essendo fondamentalmente sbagliato in tutti i suoi aspetti, e dunque decisamente autolesionistico per il Paese reale, si combina con la paralisi denunciata dal direttore dell’Opinione, realizzando una micidiale miscela esplosiva composta di immobilismo sulle grandi questioni e di misure controproducenti che impattano relativamente poco sul piano concreto e che, tuttavia, aggiungono altra zavorra alla nostra già appesantita economia.

In altri termini, l’imbarazzante linea del no all’alta velocità in Val di Susa, al gasdotto pugliese di Melendugno, all’appalto vinto dall’indiana Mittal per salvare l’Ilva di Taranto, l’acciaieria più grande d’Europa, all’accordo di libero scambio con il Canada, insieme a tante altre demenziali impuntature espresse dal M5S si coniuga con il maldestro dirigismo da operetta espresso nel summenzionato Decreto dignità, offrendo l’immagine devastante di una sistema Paese amministrato da una maggioranza politica incapace di esprimere una visione di governo chiara e sufficientemente efficace.

Una evidente carenza che, nel caso di un improvviso aggravarsi dello scenario globale in cui, ci piaccia o meno, è inserita l’Italia, non pare che possa offrire, soprattutto a chi dovrebbe rifinanziare un debito sovrano colossale, una solida garanzia in merito alle eventuali, difficili decisioni da adottare in tempi assai rapidi. Ciò, ed è esattamente quello che sta accadendo ai rendimenti dei nostri titoli del Tesoro da quando si è insediato l’attuale Esecutivo, non può che far costantemente e pericolosamente apprezzare il rischio Paese che i medesimi titoli incorporano a ogni emissione. Attualmente, e qui concludo, i rendimenti che i mercati richiedono per il nostro Btp decennale, l’obbligazione presa a riferimento del famigerato spread, superano di oltre un punto la soglia massima di tolleranza, secondo le agenzie di rating più accreditate, per la sostenibilità dello stesso debito pubblico.

Ma con un po’ di buona e onesta volontà a 5 Stelle, fatta di qualche altro decreto strampalato e di ulteriori veti sul piano degli investimenti infrastrutturali, è assai probabile che già in autunno quest’ultimo venga declassato al livello di spazzatura, come si suol dire. Forse in quel momento gli ingenui creduloni di cui sopra cominceranno a capire in che mani hanno messo il timone del Paese.