L’utopia di Casaleggio e la post-modernità dei grillini

Il Parlamento? “Tra qualche lustro è possibile che non sarà più necessario nemmeno in questa forma”. È la frase scandalo inserita da Davide Casaleggio nell’intervista-manifesto al quotidiano “La Verità”, che ha mandato in tilt il mondo politico italiano. Sembra un concetto inquietante, ma è una tempesta in un bicchiere d’acqua. Bisognerebbe leggere l’intervista integrale per comprendere che quella premonizione non è l’aspetto saliente del pensiero visionario di Casaleggio. Dovrebbe piuttosto suscitare interesse l’intervista in sé perché ciò che emerge è il tentativo di tratteggiare un’utopia. Probabilmente c’è della presunzione nel giovane esperto d’intelligenza artificiale nel quotarsi come utopista.

Davide Casaleggio la pensa come l’abate di Saint-Pierre: tutto ciò che è immaginabile esisterà. In un futuro imprecisato. A differenza però degli utopisti del XVI e XVII secolo, Casaleggio non ha bisogno del tramite di un viaggio immaginario per costruire l’“Uomo nuovo” o la Città ideale. Perché l’utopia si inveri nella storia è sufficiente che essa incroci l’idea di progresso. Cosicché le attese e le speranze che segnano le fasi di transizione dell’umanità possano trovare sbocco in un “altrove” temporale debitamente irrorato dall’avanzare della conoscenza scientifica e tecnologica. La Storia, in tale orizzonte, si fa promessa dell’utopia. Casaleggio, a questo riguardo, mostra una sensibilità vetero-illuminista che non dovrebbe meravigliarci. Non è forse lui l’affezionato sostenitore del pensiero di Jean-Jacques Rousseau, al quale ha intitolato la piattaforma informatica che gestisce il Movimento Cinque Stelle? Ma il Rousseau che rivive nelle parole del Casaleggio utopista non è propriamente quello delle opere di filosofia sociale ma quello dei suoi testi minori e più controversi, come le “Considérations sur le gouvernement de Pologne et sa réforme projetée” dove sono le chimere a indicare vie sconosciute in terre incognite ai moderni.

È dunque possibile che nell’altrove tratteggiato da Casaleggio, ma non puntualmente identificato, si possa conseguire il superamento della democrazia rappresentativa e, con esso, l’abolizione dell’istituto parlamentare. L’utopista Casaleggio indica un tempo indefinito: alcuni lustri. Non dice quanti. Due, dieci, cento? Se fosse quest’ultimo il tempo storico nel quale collocare la realizzazione della sua utopia trascorrerebbero 500 anni. Forse, perché no, ci potrebbe stare che la società umana del 2518 possa regolarsi su architetture statuali non informate alla democrazia parlamentare. Perché preoccuparci con tanto anticipo? Piuttosto, l’intervista si presenta come un inno al progresso. Casaleggio connette lo sviluppo umano all’espansione delle nuove tecnologie. Dal web passa la speranza di un nuovo umanesimo. Nessun timore che la macchina possa fagocitare l’individuo. Al contrario, Casaleggio, dando credito alle ipotesi sviluppate dal progetto Neuralink di Elon Musk, “vede” un futuro contrassegnato dall’estensione delle facoltà intellettive dell’uomo che padroneggerà con maggiore consapevolezza gli strumenti che la scienza e la tecnica gli avranno fornito. Siamo di nuovo all’esaltazione del rapporto virtuoso uomo-macchina. La new-economy è già una grande realtà che produce opportunità. E il Crispr/Cas9, cioè la tecnica d’ingegneria genetica, precisa e potente, di correzione di uno o più geni in qualsiasi cellula? Per Casaleggio è un metodo “sicuramente rivoluzionario e le sue applicazioni dovranno essere valutate dal punto di vista bioetico come molte altre innovazioni mediche che abbiamo avuto nel passato”. Ora, quel che immagina l’utopista Casaleggio è chiaro. Ciò che invece continua a sfuggirci è il come questa “visione” si coniughi con le idee e i comportamenti degli attivisti del Movimento pentastellato. Nell’altrove immaginato da Casaleggio il motore è il progresso illimitato; nel presente grillino, invece, c’è l’idiosincrasia, quando non l’aperta ostilità, alla modernizzazione infrastrutturale del Paese. “No Tav” in Piemonte, “No Tap” in Puglia, no alla ripresa industriale dell’Ilva, sono le battaglie simbolo dei grillini. Come si raccordano questi tanti no all’“utopia” di Casaleggio?

Si direbbe che nel mentre il figliolo del defunto guru Gianroberto si palesa illuminista premoderno, i Cinque Stelle si professano “negazionisti” anti-moderni, pronti a bloccare opere e a distruggere macchine alla stregua di quei luddisti che Casaleggio cita a dimostrazione del fatto che andare contro il progresso significhi provare velleitariamente ad arrestare il cammino della Storia. C’è molto di massonico speculativo nel giovane Davide. Peccato però che il suo Movimento i massoni li metta alla berlina. A chi dobbiamo credere? Alla sua utopia o alla mano pesante che i suoi adepti al Governo stanno usando per smantellare il futuro produttivo del Paese? Più dell’abolizione del Parlamento in un “altrove” lontano, deve spaventare l’ambiguità che connota il presente del Movimento grillino. Come nelle peggiori utopie che la Storia abbia conosciuto, in attesa di un futuro edenico di redenzione e di riscatto si dà luogo a un presente di negazioni, di perdita di senso, di paralisi della tensione creativa dell’individuo. Aspettando il futuro, si congela il presente. È, dunque, questo il mondo nuovo che il “camaleonte” grillino ha in serbo per tutti noi?