Il premier Conte alla prova d’esame con Donald Trump

Più dei “me ne frego!” di Matteo Salvini la notizia di giornata è la visita di Stato del premier Giuseppe Conte a Donald Trump.

L’incontro ha un’importanza cruciale per il futuro del nostro Paese. Si tratta di stabilire quale gradino l’Italia occuperà nella scala dei rapporti privilegiati con l’alleato d’oltreoceano. Quanto la Casa Bianca sotto l’amministrazione Obama considerasse l’Italia lo abbiamo scoperto a nostre spese. Donald Trump all’opposto del suo predecessore cerca sponde amiche nella disputa con i padroni franco-tedeschi del vapore europeo.

L’Italia, che è vittima ricorrente delle mire egemoniche sia di Berlino sia di Parigi potrebbe fare al caso. Trump pensa di trovare in Giuseppe Conte un amico col quale provare a stabilire, come ha scritto il Washington Post, un “allineamento spirituale”. Peccato che al suo fianco, ad accogliere l’ospite italiano, non vi sia Steve Bannon. L’ideologo della rivolta populista in Europa, teorizzatore ante-litteram della necessità per l’Italia della creazione di un’alleanza permanente Lega- Cinque Stelle, avrebbe potuto facilitare il dialogo tra i due leader. Poco male, anche perché, di là dalle simpatie ideali, Trump resta un implacabile uomo d’affari. Come ha dimostrato nelle trattative con i principali player dello scacchiere internazionale “The Donald” non si accontenta delle chiacchiere, vuole impegni concreti. Ed è assai improbabile che conceda sconti al nostro premier in nome di un’assonanza ideale, tutta da verificare nella realtà. A Trump sta a cuore che l’Italia faccia la sua parte nel sostenere i costi della Nato; che compri più prodotti made in Usa e che abbia una politica energetica maggiormente in linea con gli interessi geopolitici statunitensi. Dal canto suo, Conte ha due spinosi dossier da mettere sul tappeto: tenere l’export italiano al riparo dei meccanismi punitivi dei dazi statunitensi e riconquistare la leadership nella gestione della crisi libica. Conte non si presenta all’incontro a mani vuote. Può spendersi il sacrificio economico e umano che l’Italia sopporta per partecipare alle missioni militari in tutto il mondo, alleviando in parte lo sforzo bellico americano. Se l’avvocato italiano saprà giocare le sue carte con il tycoon newyorkese qualcosa di buono oggi verrà per entrambi.

Il premier Conte, però, non dovrà ricorrere a bizantinismi con l’interlocutore. Non dovrà arrampicarsi sugli specchi quando Trump gli chiederà notizie del Tap, il gasdotto che dall’Azerbaigian approderà in Italia. I canali riservati dell’ambasciata statunitense a Roma hanno ampiamente informato Washington dell’atteggiamento ambiguo assunto dalla compagine Cinque Stelle sull’ultimazione dell’opera. Se Conte intende dare rassicurazioni che l’infrastruttura sarà completata nonostante le proteste degli ambientalisti pugliesi che il tubo del Tap non lo vogliono si ricordi, però, che ingannare il capo della più grande potenza mondiale non è la cosa più astuta che un governante di una piccola nazione possa escogitare.

Il nostro Paese, da quando Trump è alla Casa Bianca, vive una favorevole congiuntura astrale. Con un Emmanuel Macron che ha inasprito la sua politica ostile nei confronti dell’Italia in vista della soluzione della questione libica favorevole agli interessi nazionali francesi, non sarebbe cosa da poco avere Washington dalla nostra parte. Con il sostegno statunitense Roma potrebbe riprendere la leadership nella gestione della crisi interna al Paese Nordafricano, anche se ciò dovesse costare la cessione di una fetta del mercato energetico libico a qualche compagnia petrolifera battente bandiera a stelle e strisce. Meglio perdere qualcosa per darlo a Trump piuttosto che essere buttati in mare dall’arroganza del piccolo Napoleone che sta all’Eliseo. Inoltre, non è fattore secondario che la grande finanza, dalla quale temiamo quotidianamente attacchi ai titoli del nostro debito sovrano, sia in sintonia con l’attuale inquilino della Casa Bianca. Stabilire un rapporto privilegiato con lui equivarrebbe a stipulare una polizza assicurativa contro i rischi derivanti dall’accanimento della speculazione finanziaria nel momento in cui il Governo progetta politiche espansive di spesa pubblica. Per il governo giallo-blu nostrano avere un Trump benedicente dalla propria parte poterebbe fare la medesima differenza che corre tra la sopravvivenza e la fine di un’esperienza politica. Donald Trump ha, in patria, un grosso problema: i rapporti con il nemico storico russo. La sua strategia tenderebbe a una soluzione positiva della crisi con Mosca, innescata dalla vicenda ucraina. Anche l’ammorbidimento delle sanzioni in atto contro la federazione Russa sarebbe nelle corde del presidente americano. Purtroppo, l’apparato istituzionale e politico statunitense non è pronto a seguirlo sulla linea “aperturista”. Trump potrebbe trovare conveniente la posizione italiana che è di dialogo costruttivo con Mosca, potendo far dire sulla Russia all’interlocutore di Roma ciò che lui non può dire apertamente.

Se “The Donald” pensa di utilizzare il Governo italiano come clava per assestare un colpo alle gambe dell’alleato europeo posizionato sull’asse carolingio, si accomodi. L’importante è che paghi per il disturbo. E l’oggetto di scambio non può che essere uno solo: dare in mano italiana il pallino della partita libica. Se Conte riuscirà a portare a casa il risultato le sue quotazioni da primo ministro schizzeranno in alto, non solo presso l’opinione pubblica ma anche negli ambienti industriali, strategici e finanziari che contano. I giocatori più ammirati non sono quelli puntano una fiche su ogni numero della roulette per assicurarsi di non perdere troppo, ma quelli che osano puntare l’intero piatto su un numero secco. O la va o la spacca.