Il pluralismo del servizio pubblico radiotelevisivo

Ma il pluralismo del servizio pubblico deve essere chiuso o aperto? La domanda può sembrare ridicola. Ma, purtroppo, costituisce la conseguenza diretta della discussione in atto sull’assetto del nuovo vertice della Rai. La questione della legge che impone un’intesa tra maggioranza e opposizione per l’investitura definitiva del Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’azienda radiotelevisiva pubblica è passata in secondo piano rispetto alla questione del pluralismo chiuso o aperto. Perché mentre Forza Italia ha legato la propria opposizione alla nomina a presidente di Marcello Foa alla prima questione, le diverse componenti della sinistra, comprese parti consistenti del mondo cattolico, hanno risolutamente puntato sulla seconda. Cioè sulla scelta del pluralismo chiuso, che è aperto solo alle diverse componenti del mainstream, cioè della cultura dominante politicamente corretta. E che è rigidamente chiuso a qualsiasi rappresentante di culture diverse e in contrasto a quelle fino ad ora egemoni.

Mentre Forza Italia ha condotto la sua battaglia sul metodo e sulla necessità di un presidente di garanzia per la Rai, quindi, la sinistra e la parte ufficiale del mondo cattolico hanno impostato tutta la loro battaglia contro Foa e sulla sua diversità culturale. Come dire che un sovranista non può assumere un ruolo di vertice nel servizio pubblico radiotelevisivo non perché non concordato tra maggioranza e opposizione come elemento di garanzia, ma perché portatore di un pensiero estraneo alla cultura dominante.

Non c’è bisogno di sottolineare come questa sorta di pluralismo chiuso sia la negazione del pluralismo che è la ragione fondante del servizio pubblico radiotelevisivo. Questa negazione è il frutto dell’eredità lasciata dall’egemonia cattocomunista sulla Rai andata avanti dagli anni ’70 dello scorso secolo. Da allora ad oggi non c’è stato un solo presidente della Rai che non sia stato espressione di quella egemonia. Ma se si vuole continuare a tenere in piedi il servizio pubblico finanziato da tutti i cittadini e garante di tutte le diverse culture presenti nella società italiana quella eredità va abbandonata. Il pluralismo o è aperto o non è. E il servizio pubblico o è pluralista o è il servizio privato di qualche potentato al declino.