Rai: una trappola per Salvini?

C’è di mezzo, tanto per cambiare, il solito adagio del tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. Lo si usa in casi frequenti nelle umane vicende, comprese quelle politiche.

Questa volta, tuttavia, lo zampino della gatta (o del gatto) è quello di uno che in politica sembra più sveglio di tanti altri. Si tratta di quel Matteo Salvini che, tra l’altro, ha messo in archivio i Bossi e i Maroni, tanto per dire, portando la “sua” Lega a traguardi mai raggiunti prima. Eppure il caso Rai sta assumendo toni e direzioni che testimoniano, ancora una volta, la convinzione ormai storica secondo la quale ciò che va bene al Paese, al Governo, al Parlamento, va bene al servizio pubblico radiotelevisivo.

Non è che il capo della Lega e vice presidente del Consiglio non conoscesse questo assioma, ma il fatto è che l’alleanza stretta col collega Luigi Di Maio lo ha, come dire, sciolto da ogni cautela in riferimento a una questione che, tra l’altro, richiede, nella sua “sistemazione” al massimo vertice, di una decisione parlamentare la più ampia possibile essendo quel vertice sostanzialmente di garanzia, un termine che dice tutto.

C’è, nell’alleanza dei due movimenti al Governo, una sorta di adesione a un altro antico proverbio caro all’immortale Carlo Goldoni, quel “faso tuto mi” che vuole essere, a un tempo, segnale e auto-segnale, per gli altri e per se stessi, incoraggiamento e auto-rafforzamento nella vita e dunque nella politica, ma con un rischio: che la forte convinzione in se stessi per intrappolare gli altri si tramuti in un’auto-trappola.

In effetti, anche a un sempre cauto Silvio Berlusconi con l’alleato leghista, l’occasione Rai non poteva non assumere un’importanza massima, non tanto per la cosiddetta contiguità con Mediaset quanto, soprattutto, per quel simbolismo che la Rai si porta dietro da sempre, peraltro iscritto nel suo Dna e che ha a che fare con la politica (il Paese) di cui è a un tempo specchio e proposta; tant’è vero che esiste una commissione parlamentare di vigilanza ad hoc, nel senso che alcune decisioni richiedono consensi larghi, ovvero fra chi governa e chi sta all’opposizione, significando tuttavia che sempre o quasi non è il nome e la collocazione partitica del presidente, ma le modalità col quale viene votato, prima dal Cda e quindi dai parlamentari.

Nel caso della bocciatura di Marcelo Foa, gran brava persona ma leggermente sopra le righe nel suo proclamarsi contro le “logiche della partitocrazia che sono estranee alla mia cultura e ai miei valori” – estranee a lui quelle logiche ma ben visibili proprio nella sua elezione dal Consiglio di Amministrazione – chi appare più sconfitto (politicamente) di lui e dello stesso Di Maio è Salvini che, per l’appunto, ha pianificato (per ora) la scelta su Foa senza averla concordata con l’alleato Berlusconi. Per ora, ma pure per dopo, non lo pensiamo soltanto noi ma lo diceva, il giorno precedente, lo stesso Cavaliere con una frase niente affatto sibillina: “Vedrete, quello ha in testa un’alleanza con i 5 Stelle...”.

Intanto, la trappola che doveva scattare nella commissione per chiudere con un voto di maggioranza una scelta della maggioranza stessa, e di Salvini & Di Maio, è scattata ma in senso opposto, aprendo e non chiudendo una faccenda che non potrà non avere riflessi futuri, soprattutto all’interno di quella che viene bensì chiamata un’alleanza del centrodestra, ma con poche qualità e scarsi o nulli risultati per Forza Italia. Qualcuno si è addirittura spinto a considerare la vicenda Rai come anticipatrice della fine del centrodestra e uno che se ne intende (di Rai ma non solo) come Giovanni Minoli ha aggiunto: “Sono cinquant’anni che la Rai è il diapason dell’Italia. Quello che capita alla Rai anticipa quasi sempre quello che capiterà nella politica del nostro Paese” (Il Foglio). Chi vivrà, vedrà. Appunto.