Informazione e propaganda

È inevitabile che, di fronte all’avanzata travolgente delle forze populiste, siano in molti nel campo dell’informazione a cercare di salire metaforicamente, e non solo, sul carro del vincitore.

In un mondo di volpini sempre pronti a fiutare l’aria che tira, non ci si deve stupire troppo se parecchi stimati professionisti della carta stampata e della televisione si siano rapidamente convertiti al Vangelo politico del Movimento 5 Stelle, le cui suggestive idee scaturiscono dalla piattaforma Rousseau gestita dalla Casaleggio Associati. Tuttavia, se si ambisce a fare informazione seria, mantenendo entro i limiti dell’onestà intellettuale la propria inclinazione verso il medesimo M5S, occorrerebbe sforzarsi di affrontare le varie questioni sul tappeto con il massimo dell’obiettività, altrimenti si corre il rischio di trascendere in una forma più o meno occulta di propaganda la quale rende un pessimo servizio al Paese, contribuendo ulteriormente a confondere le idee di un popolo di per sé già piuttosto incline a bersi senza riflettere le pozioni propinate dal pifferaio magico di turno.

In tal senso, mi ha particolarmente colpito una recente puntata di “Coffee Break”, talk-show mattiniero di approfondimento in onda su La7 e condotto da Andrea Pancani, che appare sempre molto benevolo nei confronti delle iniziative politiche promosse dai grillini al Governo. Nella fattispecie si parlava dello spinosissimo caso dell’Ilva di Taranto, che per la cronaca rappresenta un punto percentuale del Pil italico, con in ballo, tra l’acciaieria e il suo smisurato indotto, molte migliaia di posti di lavoro. Ebbene, di fronte alle preoccupate valutazioni di alcuni ospiti in studio, relative al surreale blocco imposto agli indiani di ArcerolMittal dal ministro Luigi Di Maio, lo stesso Pancani ha commentato con una domanda retorica, svestendo per un attimo i panni dell’arbitro imparziale: “Se in questo modo, mostrando il pugno duro, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico riuscisse a far rientrare tutti gli esuberi, questo non sarebbe un successo?”.

Ovviamente si tratta di una inverosimile castroneria alla quale ha risposto con estrema durezza ed efficacia il vicepresidente di Federmeccanica Federico Visentin il quale, in estrema sintesi, ha dichiarato che inseguire il sindacato sul paradigma della piena occupazione come variabile indipendente da tutto, mantenendo in piedi carrozzoni improduttivi oberati dai costi, non può essere una soluzione economicamente sostenibile. D’altro canto, l’idea sinistra di tutelare i posti di lavoro a prescindere viene da molto lontano ma, soprattutto in un mondo globalizzato come quello d’oggi, non ci porta da nessuna parte.

Se Pancani, dando tutto questo risalto acritico alle strampalate e demagogiche iniziative del ministro Di Maio, pensa di sostenere in qualche modo la buona riuscita del salvataggio della più grande acciaieria d’Europa, si sbaglia di grosso. Al cospetto di ciò che sta accadendo nel settore, con i prezzi dell’acciaio in forte crescita anche a causa della guerra doganale scatenata da Donald Trump, determinando un vero e proprio allarme presso le aziende italiane, sarebbe cosa buona e giusta non fare sconti a chi ha preso la sciagurata decisione di mettere il veto a un investimento estero di circa 5 miliardi di euro. Ed è proprio su questo piano che la facile propaganda finalizzata a rimpinguare gli ascolti dovrebbe sempre lasciare il passo all’obiettività dei fatti e dei numeri con la testa dura. Anche perché, mi permetto di ricordare al bravo Pancani, c’è un filo conduttore che lega la sporca faccenda dell’Ilva a tanti altri dossier economici e fiscali di questo disgraziato Paese. Un filo conduttore che si chiama spread e che potrebbe letteralmente esplodere nel momento in cui gli investitori interni ed esteri dovessero raggiungere la assoluta convinzione che l’Italia è amministrata da una nuova classe di somari irresponsabili.