Il “Rapporto Svimez 2018”, di cui ieri l’altro sono state presentate le anticipazioni, fotografa un Mezzogiorno d’Italia in chiaroscuro.

La situazione socio-economica del Meridione non è cambiata nonostante qualche segno “più” si cominci a vedere. Si conferma il gap che continua a dividere Paese in due realtà disomogenee. C’è un Centro-Nord che ha reagito alla crisi in linea con le economie dei Paesi occidentali avanzati. Al contrario, esiste un Sud che sprofonda economicamente e socialmente benché i dati dicano che nel 2017 il Pil d’area sia cresciuto del +1,4 per cento, quasi in linea con quello nazionale al +1,5 per cento. Come per il Centro-Nord, la domanda estera, più dei consumi interni, ha trainato la crescita meridionale. L’aumento dell’export a prezzi correnti ha segnato un +9,8 per cento che è superiore al dato nazionale del +7,1 per cento. Allora perché a Sud si sta peggio? Dov’è l’inghippo? È nella tipologia dei comparti di cui sono stati registrati i fattori incrementali. Se l’export meridionale è schizzato lo si deve, in primo luogo, all’aumento della produzione di prodotti petroliferi e coke in Sicilia e in Sardegna. Al netto di questo settore la domanda estera si sarebbe fermata a un +4,3 per cento. In secondo luogo, l’instabilità internazionale, con le minacce terroristiche ancora attive, ha favorito l’incremento dei sotto-comparti meridionali turistico e del trasporto. Il valore aggiunto registrato nel 2017 è stato pari al +3,4 per cento. Tuttavia, non bisogna dimenticare che i fattori legati agli scenari internazionali hanno carattere congiunturale, raramente sono strutturali. Ma se si vuole inquadrare il dramma del Mezzogiorno è un altro il dato da analizzare. Si tratta della contrazione costante dell’industria manifatturiera nel decennio di crisi 2008/2017.

Tradizionalmente poco presente nel Mezzogiorno, il settore manifatturiero ha registrato nel periodo considerato una contrazione pari al -24,7 per cento, rispetto al -7,7 per cento del dato nazionale. Se si aggiunge il progressivo calo della spesa della Pubblica amministrazione riferita agli investimenti al Sud, si percepisce con maggiore immediatezza la ragione per cui, pur in presenza nel triennio 2015-2017 di una crescita debole, la diagnosi per la società meridionale resti nefasta. Soprattutto rispetto alle previsioni per il biennio 2018-2019, valutate complessivamente negative a causa della “grande frenata” della crescita globale determinata dal contraccolpo di eventi congiunturali legati al commercio mondiale e agli scenari geopolitici, con il neo-protezionismo di Donald Trump e l’instabilità mediorientale davanti a tutto. I mali oscuri del Sud restano il deficit infrastrutturale e la mancanza d’investimenti, pubblici e privati. Sebbene questi ultimi siano cresciuti nel 2017 del +3,9 per cento, pesa il fatto che dall’inizio della crisi gli investimenti lordi fissi siano stati inferiori al passato del -31,6 per cento. Anche la mano pubblica ha la sua quota di responsabilità.

Contrariamente a quanto dicano i luoghi comuni sugli sprechi al Sud, nel Meridione sono stati impegnati in investimenti pubblici 4,5 miliardi di euro in meno rispetto al picco di spesa del 2010. Ora, se quelle risorse venissero ricollocate per intero nei capitoli finanziari di originaria destinazione entro il 2019, si calcola che il Pil dal +0,7 per cento stimato scalerebbe di almeno un punto percentuale al rialzo. Ciò per il principio economico generale certificato in base al quale il valore del moltiplicatore d’impatto dei consumi della P.a. incida al Sud ben più significativamente che al Centro-Nord. È, dunque, comprensibile che, nella cornice complessiva, i dati in materia di occupazione e di povertà siano piuttosto allarmanti. Stando al “Rapporto”, sul fronte occupazionale il Sud è stretto nella “trappola della precarietà”. Nel 2017 il tasso d’occupazione resta inferiore di 310mila unità rispetto al 2008. E anche l’incremento registrato nell’ultimo anno è dovuto quasi esclusivamente alla crescita dei contratti a termine (+61mila) che non sono lavoro stabile. Il dato che rileva è quello della percentuale di trasformazione dei contratti a tempo determinato in contratti permanenti, nel triennio 2015-2017. I rapporti di lavoro convertiti sono stati il 9 per cento contro il 16 per cento del Centro-Nord. Ciò ben illustra la persistenza della cesura tra Nord e Sud tanto nella dinamica economica quanto in quella sociale. Allora di cosa meravigliarsi se al Sud, nel periodo 2010-2108, le famiglie con tutti i componenti in cerca d’occupazione siano passate da 362mila a 600mila? E se la precarizzazione abbia portato 312mila famiglie con un occupato a sfondare la soglia di povertà? Si chiamano working poors e sono la punta di un fenomeno devastante: lavoratori che escono di casa per fare il proprio dovere ma sono ugualmente poveri e non ce la fanno a sostenere le proprie famiglie. Il “Rapporto” induce a una riflessione pacata su quali rimedi di breve, medio e lungo periodo siano adottabili per arginare una deriva sociale potenzialmente pericolosa che potrebbe sovvertire lo scorrere ordinato della vita comunitaria nel nostro Paese.

È chiaro che la “Questione meridionale” debba tornare prepotentemente nell’agenda della politica. Tuttavia, non saranno le invettive contro i vincitori elettorali di turno, le ironie insipide degli opinionisti e i “commenti” propagandistici dei media politicamente schierati a contribuire a individuare le migliori soluzioni. Ciò che occorre è comprendere dove sia l’ostacolo che impedisce l’auspicata convergenza economica e sociale tra le due metà del Paese, che al momento resta una disperante utopia. Un focus su tale questione non sarebbe una cattiva idea. Un po’ come tornare con qualche nostalgia ai tempi della Rivista culturale “Nord e Sud” del compianto Francesco Compagna, presso la quale la “Questione meridionale” era dibattuta con competenza e passione.