Presidenza Rai: realtà e finzione

Sulla presidenza Rai il centrodestra è andato in frantumi? Sarà guerra tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi? Gli scenari bellici non convincono. Qualcosa non quadra. Proviamo a spiegarlo.

Per decrittare i messaggi che si nascondono dietro “l’affaire Marcello Foa” è necessario tenersi ben ancorati ad alcune regole auree. Regola numero 1: in politica niente è come appare; regola numero 2: in politica non ci sono innocenti; regola numero 3: in politica vittime e carnefici possono scambiarsi di ruolo secondo le convenienze del momento.

Ciò premesso, diamo per acclarati i fatti che hanno portato alla bocciatura della candidatura di Marcello Foa, noto giornalista cresciuto alla scuola di Indro Montanelli e per molti anni nell’organico del quotidiano “Il Giornale” di proprietà del fratello di Silvio Berlusconi. Non convince la lettura degli eventi che attribuirebbe alla vicenda Foa la responsabilità della deflagrazione del centrodestra quale conseguenza di un’aggressione volontaria provocata dal leader leghista ai danni dell’alleato moderato. In questo momento Salvini è l’ultima persona a desiderare la frantumazione di Forza Italia. Non perché sia buono o perché si senta un San Francesco redivivo, ma per una più utilitaristica motivazione. L’ascendente che il leader leghista ha sugli odierni partner di governo dipende in larga misura dall’arma della deterrenza, costituita dalla minaccia di attivare in qualsiasi momento l’alternativa della ricomposizione del centrodestra che, nel caso di ritorno anticipato alle urne, sarebbe sicuramente vincente. Se, invece, venisse formalizzata la rottura della coalizione il suo peso rispetto ai Cinque Stelle crollerebbe istantaneamente. A riprova dell’interesse dei grillini all’implosione del centrodestra c’è la dichiarazione di Luigi Di Maio che si è infilato nella diatriba dicendosi disponibile a cercare un altro nominativo in sostituzione di quello di Foa. Per i Cinque Stelle sarebbe come fare Bingo se riuscissero a far convergere i voti di Forza Italia su un candidato diverso da quello della Lega. Allora perché Salvini avrebbe forzato la mano su una vicenda che resta marginale nel grande valzer delle poltrone pubbliche, giacché in Rai chi conta è l’amministratore delegato e non il presidente?

La sensazione è che il capo leghista sia finito nel bel mezzo di una guerra intestina al partito di Berlusconi. Se non vi era intenzione di scatenare un’Opa ostile su Forza Italia, sarebbe bastata una telefonata a Palazzo Grazioli per concordare il nome da votare. Perché Salvini non l’ha fatta? C’è una sola spiegazione razionale: il leghista riteneva già concordato il passo con l’alleato per cui l’indicazione di Foa, assegnata alla Lega dal “manuale Cencelli” tuttora in vigore, sarebbe stata semplicemente notificata alla parte forzista. Per capirci qualcosa, bisogna tornare indietro al momento dell’elezione del presidente della Commissione parlamentare di vigilanza Rai. Come si sa, la poltrona di vertice dell’organo di controllo, per prassi istituzionale, viene data a un esponente delle opposizioni. In questa legislatura è toccata a Forza Italia. Fin qui nulla quaestio. L’aspetto bizzarro della vicenda è che alla presidenza sia approdato non un parlamentare forzista qualsiasi, magari di provata esperienza nel settore, ma un giovane di fresca elezione che nella vita professionale è un dipendente di Mediaset. Per far digerire ai grillini uno di Mediaset a capo della Commissione che vigila sulla Rai c’è voluta tutta l’abilità negoziale di Salvini. Valutando chiusa l’operazione “a pacchetto”, il leghista deve aver ritenuto acquisita la nomina di Foa alla presidenza. Invece, al momento della ratifica in Commissione, il gioco è saltato perché l’attuale vertice di Forza Italia ha sollevato la “questione di metodo”. Ci sarebbe dovuta essere una nuova trattativa in cui i berlusconiani avrebbero dovuto dire la loro sulla candidatura presentata dalla Lega. È stata la tesi dell’ala democristiana di Forza Italia che, nella prospettiva non remota di un dopo-Berlusconi, mira a prendere il partito per portarlo a gravitare in un’area di confluenza con il partito renziano di prossima nascita, appena sarà formalizzata l’estinzione del Partito Democratico.

Il bersaglio quindi non sarebbe la Lega, almeno non direttamente, ma la componente di destra presente in Forza Italia che si oppone al riposizionamento strategico al centro con vista sulla sinistra moderata. Il fatto che Berlusconi stia insistendo sull’ineluttabilità dell’alleanza di centrodestra e, nel contempo, Salvini si batta per congelare l’elezione del presidente Rai restituisce una realtà ben diversa da ciò che appare (regola numero 1). Ci sarebbe sotto il cielo, tra i due, ben più intesa di quanto s’immagini.

Il vecchio leone di Arcore ha bisogno di tempo per riportare nei ranghi tutte le anime del suo partito. Salvini ha convenienza a concederglielo. In questa tempesta di mezza estate un rischio grosso c’è. Un conflitto interno al centrodestra avrebbe come effetto l’ennesimo allontanamento della base elettorale moderata in direzione dell’astensionismo. Se cosi fosse, i grillini ne trarrebbero un insperato vantaggio. A numeri assoluti invariati dei grillini un crollo di partecipazione elettorale dei moderati farebbe lievitare il dato percentuale dei Cinque Stelle sopra la soglia di autosufficienza del 40 per cento di seggi parlamentari replicando l’“effetto Renzi” alle Europee 2014. Per la Lega significherebbe restare fuori dai giochi pur in presenza di un rilevante risultato elettorale. Per Forza Italia sarebbe il declino definitivo. Come evitare che il peggio accada? Non abbiamo consigli da offrire. I protagonisti di questo bel teatrino devono cavarsela da soli. Questa volta però il collo sotto la ghigliottina sarà il loro perché non ci sarà il San Silvio da Arcore dei tempi migliori a garantirgli la cadrega.