Rapporto Svimez e Questione meridionale

L’ultimo Rapporto Svimez ha rilanciato la “Questione meridionale”. L’istituto che si occupa di sviluppo industriale del Sud ha fornito i numeri, impietosi, dello stato dell’economia e della società meridionali. Tocca alla politica trarne le conseguenze. Che possono essere di due tipi. Prenderli seriamente in considerazione e risolversi a riflettere sull’elaborazione di un piano per il Mezzogiorno che sia realistico ed efficace. Oppure ignorarli, limitandosi a sfornare la consunta sequela di ovvietà sull’argomento, condita di molta enfasi propagandistica e dell’annuncio di qualche pannicello caldo prossimo venturo. Quando chiamiamo in gioco la politica non pensiamo a una generica categoria concettuale. Oggi al Governo ci sono due forze che hanno profili ben definiti. Dunque, preme di sapere cosa intendano fare Lega e Cinque Stelle per il Sud del Paese. In particolare il Movimento guidato da Luigi Di Maio, non fosse altro perché è al Sud che i Cinque Stelle hanno realizzato, lo scorso 4 marzo, il cappotto elettorale ai danni degli altri partiti. La questione si focalizza sul “Reddito di cittadinanza”. A quale dei due “tipi” di azione politica esso è ascrivibile? Alla categoria delle cose serie destinate a incidere nella realtà? O siamo al pannicello caldo? A taluni opinionisti aggrada discettare sulle astrusità lunari delle iniziative grilline trascurando il fatto che è proprio la crudele verità dei numeri a spiegare il perché la popolazione meridionale si sia rivolta ai Cinque Stelle, avendo piene le scatole del consociativismo a scopi corruttivi che ha caratterizzato la classe politica e sindacale meridionale degli ultimi vent’anni, tanto del centrosinistra quanto del centrodestra.

Al cospetto di uno sfascio che ha ascendenze lontane e si radica nella scellerata decisione di prefigurare un Paese sul paradigma del dualismo economico-geografico, nessuno ha i poteri per invertire la rotta in un tempo ridotto. Occorrono molti decenni per risalire la china. Ma la gente del Sud questo tempo non lo ha. Quindi, una risposta che generi impatto nell’immediato è destinata a rimanere una misura di superficie nella forma di un ritorno al passato che, tuttavia, simuli gli effetti di una spinta rivoluzionaria. I Cinque Stelle sono su questa lunghezza d’onda. Lungi dall’essere il nuovo che irrompe nella Storia, essi si propongono da restauratori della prassi dell’assistenzialismo pubblico, già praticata con profitto dal potere democristiano durante la Prima Repubblica.

Oltre agli ipercitati forestali della Regione Sicilia si guardi al dato di provenienza territoriale di tutti gli assunti nella Pubblica amministrazione negli anni Settanta, Ottanta e primi Novanta del secolo scorso. In particolare nei comparti della Difesa (Esercito e Aeronautica), dell’Ordine pubblico (polizia, carabinieri, agenti di custodia), dei Trasporti (Ferrovie dello Stato) e delle Comunicazioni (Poste). Si scoprirà l’assoluta preponderanza di meridionali, soprattutto nei ruoli inferiori. Il fenomeno non è connesso esclusivamente agli appetiti delle classi dirigenti locali di fare cassa elettorale azionando ad libitum la leva delle assunzioni pubbliche. Gran parte della responsabilità è riconducibile al modello dualistico di sviluppo economico che ha diviso l’Italia fin dal momento dell’unificazione. Se l’equazione è stata: industrie al Nord e serbatoio di manodopera disponibile al Sud, era inevitabile che l’assorbimento della manodopera eccedente nei periodi di crisi produttiva dovesse essere garantito dall’apparato dello Stato che fungeva da ammortizzatore sociale.

Oggi che il Settentrione non è in grado di assorbire forza-lavoro dal Meridione, almeno non ai ritmi mantenuti fino agli anni Settanta del secolo scorso, e non potendo essere, per ragioni di sostenibilità del debito pubblico, la Pubblica amministrazione la stanza di compensazione dello squilibrio occupazionale tra Nord e Sud è inevitabile che quella politica non attrezzata o non desiderosa di accettare sfide complesse pensi alla reintroduzione dell’assistenzialismo pubblico, sotto una nuova forma. I grillini l’hanno chiamato Reddito di cittadinanza. È una misura destinata a generare reddito in assenza di lavoro che non ha niente di più o di meno di quelle implementate in passato. La sinistra protesta e irride all’iniziativa dimenticando che anch’essa nelle sue esperienze di governo dei territori ha fatto ricorso costantemente a strumenti di sostegno al reddito altrettanto se non più assistenzialisti e clientelari.

Se la Prima Repubblica si è contraddistinta per l’abuso di assunzioni nel pubblico, dal 1994 in poi la sinistra al governo nelle regioni meridionali ha fatto di peggio. Sfruttando le risorse finanziarie del Fondo sociale europeo (Fse), le amministrazioni “rosse” hanno garantito un’illusoria coesione sociale e intergenerazionale. In particolare, con la finta Formazione professionale. Nelle intenzioni delle “policies” comunitarie c’era la costruzione del matching per connettere la domanda all’offerta nel mercato del lavoro. Nella realtà quelle montagne di denaro sono state utilizzate per assicurare un temporaneo reddito a un esercito di giovani, e meno giovani, inoccupati. Cosicché la “Formazione” è stata trasformata nel più grande ammortizzatore sociale in funzione negli anni a cavallo tra il decennio Novanta e i primi del Duemila. Quindi, così fan tutti perché nessun partito è disposto ad attendere i tempi di rendimento generato dagli investimenti sulle infrastrutture che sono la premessa inalienabile per qualsiasi piano strategico di rilancio della crescita economica. Il ragionamento, comune a tutte le forze politiche che non osano rischiare il consenso, è il seguente: piuttosto che trovarsi contro masse di arrabbiati, meglio dirottarle verso la formazione fine a se stessa o impegnarle nei lavori socialmente (e discutibilmente) utili. I grillini non fanno eccezione alla regola. Essi si collocano in assoluta continuità con le scelte politiche del passato. E per questo una parte consistente della popolazione meridionale li ringrazierà. E il nodo del debito pubblico? Pensate onestamente che a un esercito di milioni di disperati importi qualcosa dello spread e del giudizio dei mercati finanziari? La domanda è: quanto conviene alle classi dirigenti che hanno a cuore la coesione della società italiana a tutte le latitudini sperare che il Governo giallo-blu faccia cilecca?