Salvini: la fava della “Diciotti” e la nidiata di piccioni

Non sono pochi coloro che ancora in queste ore si chiedono perché Matteo Salvini abbia voluto fare del caso della “Diciotti” la sua personale “battaglia del Solstizio”. Anche a costo (calcolato) di provocare la reazione della magistratura che è cascata in trappola, ci perdonerà il giovane procuratore della Repubblica di Agrigento, come un tordo intontito. Il valore aggiunto che il capo leghista reca alla sua visione egemonica è la qualità di tattico raffinato di cui tardano ad accorgersi tanto i nemici di sempre quanto i nuovi e vecchi alleati. Salvini è un “Dottor Sottile” della politica. Non c’è mossa che lui compia che non sia stata pensata e ripensata nelle conseguenze, immediate e future. Si osservi cosa sta accadendo in queste ore all’interno del Movimento Cinque Stelle. Tutti contro tutti sulla questione del respingimento degli immigrati. Si parla con insistenza di malumori grillini e di fronde che si radunano intorno a Roberto Fico, presidente della Camera dei Deputati e fricchettone radical-chic prestato alla politica del “vaffa”. Insomma: un radicale di sinistra travestito da moralista integerrimo. Con lui anche quella Barbara Lezzi, ministro per il Sud, che sembra uscita di fresco da un dipinto a olio del pittore e rivoluzionario francese Jacques-Louis David: una tricoteuse post litteram. Sosteniamo da tempo che il disegno strategico di Salvini miri a spaccare i Cinque Stelle nella prospettiva di attrarre all’interno di un mega-polo sovranista l’ala del Movimento vicina a Luigi Di Maio, lasciando che il gruppo d’irriducibili sinistrorsi capeggiati da Fico vada alla deriva verso le posizioni oltranziste di “Liberi e Uguali”.

Che vantaggi trarrebbe il “Capitano” dall’inverarsi di un simile scenario? Molteplici. In primo luogo otterrebbe il ridimensionamento dell’incidenza del partner nelle odierne scelte di governo. Inoltre, potrebbe consolidare una maggioranza parlamentare in grado di riunire un blocco sociale maggioritario nel Paese. C’è poi la partita elettorale europea che non va dimenticata. Tra dieci mesi si voterà per il rinnovo dell’europarlamento. I sondaggi dicono che dappertutto le destre sovraniste segneranno una consistente avanzata. Se la colonna italiana riuscirà ad avere più seggi delle altre consorelle nella nuova Assemblea, sarà naturale che essa si candidi a guidare il gruppo europarlamentare che le accoglierà tutte. Ma questa volta l’eurogruppo sovranista, anche grazie al quasi annientamento del polo socialista, avrà voce in capitolo nella scelta della presidenza dell’Europarlamento e per spostare a destra l’asse politico al quale la prossima Commissione dell’Unione dovrà adeguarsi. Quindi, se non un’alleanza organica, almeno un’ “entente cordiale” con il Cinque Stelle depurato della presenza degli estremisti Fico e compagni farebbe gran gioco a Salvini per la conquista della leadership europea. Ma il capo leghista non perde di vista il desco familiare.

Alla coalizione di centrodestra potrebbe riservare l’ultimo tocco, quello del genio michelangiolesco: riunire sotto la sua egida il blocco sovranista a quello moderato-conservatore-riformista. Su questa ipotesi Giorgia Meloni c’è già e non vede l’ora di saltare a bordo. L’ostacolo grosso resterebbe quello di convincere il vecchio leone di Arcore e il giovane virgulto di Pomigliano d’Arco a piacersi. Si dirà: è una stupidaggine galattica oltre che un’eventualità irrealizzabile. Probabile. Tuttavia la politica è l’arte delle cose impossibili, il luogo dove prodigi e miracoli profani si sono verificati e continueranno a prodursi senza che la scienza riesca a spiegarli. Talvolta, a muovere gli interessi, che sono il pane della politica, può essere la chimica. E Salvini sta dimostrando di possedere conoscenze alchemiche. Con un 17 per cento rimediato lo scorso 4 marzo, la Lega tiene in scacco il Governo giallo-blu e in appena quattro anni il “barbaro” del Nord ha fatto dimenticare ai meridionali decenni d’insulti padani spingendo molti elettori del Sud a riconoscersi nella sua leadership. Se non è la formula alchemica della trasformazione del piombo in oro, le somiglia molto. E poi, perché mai Silvio Berlusconi dovrebbe rinunciare al sogno antico di dare una spallata definitiva alla sinistra al caviale? Siamo proprio certi che il vecchio leone di Arcore voglia morire (politicamente, s’intende) democristiano? Gli odierni dirigenti forzisti, a riguardo, sembrano comportarsi come quelle vecchie signore che non vedono l’ora di ammansire il parente scapestrato, un tempo impenitente libertino, costringendolo a ingurgitare insipide minestrine, a camminare per casa con le babbucce e indossare la papalina per la notte. Pensate che se il tentatore Salvini gli facesse balenare la prospettiva di una botta di vita (politica), una fantastica genialata per tornare in scena alla grande per un’ultima, memorabile lucida follia, il “Cavaliere” direbbe di no? Resta Di Maio. Il giovanotto ha un problema: darsi un futuro retribuito nelle istituzioni oltre il limite dei due mandati. Per tenersi il posto deve avere in pugno il Movimento. Se la forzatura di Salvini lo aiutasse ad attuare i suoi piani, dopo non potrebbe dire troppi no al suo benefattore. E poi Luigi Di Maio è napoletano, ma della provincia. Come tale è cresciuto nel solco della saggezza contadina del Sud che, a proposito di un dialogo con Berlusconi, raccomanderebbe: “Fattelle cù chi è meglio ‘e te e fance ‘e spese”. Stavolta non c’è bisogno di tradurre. Si capisce.