Europa: Salvini contro Macron

Tutto comincia ad essere più chiaro: la madre di tutte le battaglie si combatterà alle prossime elezioni europee. Non sarà una tornata elettorale di routine, ma un referendum tra due visioni alternative d’Europa.

Il fronte sovranista ha iniziato a fare le sue mosse con l’incontro, a Milano, tra Matteo Salvini e il presidente ungherese Viktor Orbán. A stretto giro, prova a farsi avanti il presidente francese Emmanuel Macron che si candida a leader del fronte progressista. La radicalizzazione dello scontro manda in archivio la tradizionale divisione del campo politico continentale tra popolari e socialisti. La mutazione degli orizzonti ideali, imposta dall’avanzare di nuove sensibilità marcatamente identitarie, porterà a un rimescolamento delle appartenenze alle grandi famiglie politiche della storia europea. Si prenda il caso di Orbán. Il Movimento di cui è leader, Fidesz-Unione civica ungherese, è iscritto al Partito popolare europeo. In teoria, Orbán starebbe con la signora Angela Merkel. Ma la distanza tra le posizioni della dirigenza del Ppe e il premier ungherese, non solo sulla questione dell’accoglienza degli immigrati, è abissale mentre risulta convergente con l’idea di un’Unione strutturata in una confederazione di Stati nazionali sovrani che è la stella polare del gruppo “Europa delle Nazioni e della Libertà” al quale appartengono la Lega, il Front National di Marine Le Pen, l’olandese Partito della Libertà (Pvv) guidato da Geert Wilders nonché il temutissimo in Germania “Alternative für Deutschland”.

Ciò che vale per Orbán va esteso a tutte quelle forze politiche maggioritarie nei Paesi dell’Est Europa che preconizzano un’evoluzione dell’Unione in senso identitario, anti-multiculturalista e fautore della valorizzazione delle radici cristiane che connotano la civiltà continentale. Se i segnali che oggi danno in grande ascesa le forze sovraniste si dovessero confermare nelle urne della primavera prossima, sarà molto improbabile che la destra attualmente presente nel calderone del Ppe rinnovi la sua adesione a una leadership germanocentrica, fortemente orientata a tessere alleanze di governo con la sinistra rappresentata dai sopravvissuti del Partito Socialista Europeo (Pse). Lo ha compreso Orbán che da Budapest si scomoda a fare visita, a Milano, all’italiano Salvini, del quale decanta le eroiche gesta sovraniste, e ancor più l’ha compreso il piccolo Macron che prova a infilarsi nella crisi simmetrica del popolarismo e del socialismo europei per ritagliarsi un ruolo da leader di una terza posizione progressista.

È interessante osservare come i due nemici, l’italiano e il francese, insultandosi mirino a legittimarsi a vicenda come capi degli opposti fronti. Sarà questo lo scenario che si profila nei prossimi mesi. Gli europei saranno chiamati a decidere da che parte stare. Con Salvini o con Macron. La contrapposizione toglie acqua agli altri competitors al punto che potrebbe verificarsi in Europa ciò che è accaduto il 4 marzo in Italia. Le forze radicali prosciugherebbero i bacini elettorali dei partiti riformisti e moderati. Com’è possibile? Se l’Europa si scopre sovranista lo si deve alle politiche sbagliate, venute in odio alla maggioranza degli europei, praticate dalle oligarchie di Bruxelles, sostenute e legittimate dalla volontà politica del Ppe e del Pse. Se l’alternativa dovesse focalizzarsi tra Macron e Salvini, in Italia si assisterebbe alla corsa al voto utile e per il leghista sarebbe l’apoteosi. È troppo forte e diffuso il sentimento di ostilità che gli italiani in questi anni hanno maturato nei confronti di personaggi di piccolo calibro del tipo del Napoleone parigino. Anche coloro che non apprezzano i metodi di Salvini nell’esercizio della funzione governativa sarebbero portati a votarlo, magari turandosi il naso, come si faceva ai tempi della Democrazia Cristiana. A ciò si aggiunga il conto aperto che l’Italia ha con la Francia per le responsabilità che i governi transalpini del recente passato hanno avuto nel determinare l’instabilità nel quadrante mediterraneo e nordafricano.

Tale scenario è a dir poco allarmante per le sorti delle forze liberali che rischiano di trovarsi in mezzo al guado, esposti al fuoco di fila dei fronti avversi. In particolare Forza Italia rischia un’ulteriore emorragia di voti a beneficio della Lega. Giunti a questo stato di cose diventa francamente impegnativo individuare una via d’uscita che ribalti la situazione. Cosa diranno agli elettori i candidati forzisti a proposito delle alleanze in Europa? Che staranno con la signora Merkel e faranno sponda con Emmanuel Macron ai danni dell’“alleato” leghista? Se è così non resta che augurare a tutti loro buona fortuna, perché ne avranno bisogno. Attenti, però! Indipendentemente da ciò che frulli per la testa ai capibastone di Forza Italia, speriamo che non gli venga la malsana idea di portare il nome del presidente Silvio Berlusconi in giro per le circoscrizioni elettorali italiane come la Madonna pellegrina. Sarebbe catastrofico. La figura del leader deve essere assolutamente preservata per poter essere spesa successivamente in un ruolo decisivo nel processo, che sarà inevitabile, di cucitura tra le posizioni moderate e quelle oltranziste. Vale per lo scenario nazionale ma non è escluso che possa servire, e molto, nel dopo-voto europeo per evitare che l’Unione naufraghi.

Un indizio importante conferma il peso personale che il vecchio leone di Arcore ha mantenuto fuori dai confini nazionali nonostante il fango che in patria gli hanno scaricato addosso. Viktor Orbán, nella conferenza stampa conclusiva del meeting con Salvini, ha dichiarato di aver incontrato il leader leghista dopo aver chiesto il permesso all’amico Berlusconi. Vi sembra niente?