Legge di Bilancio, opposizioni allo sbaraglio

Si avvicina il tempo per la presentazione della nuova Legge di bilancio e ritornano i vecchi tic della politica. Le opposizioni che pigiano sul tasto del disfattismo; le forze di maggioranza che gridano al complotto dei poteri forti. E i media e il mondo accademico ideologizzato a funzionare da amplificatori delle paure per la calata dei nuovi barbari sul governo della nazione.

Niente di nuovo, dunque, sotto il cielo della politica se non fosse per una singolare novità che un po’ disorienta. Tradizionalmente, a fare opera di disinformazione è stata la sinistra che ha concepito lo scontro politico alla stregua di una lotta ontologica tra il Bene (la propria parte) e il Male (la destra). Tale falso postulato etico le ha consentito di vestire con estrema disinvoltura i panni dell’amico del giaguaro esterno pur di combattere il nemico politico interno. Tant’è che la sinistra non ha avuto scrupoli nell’attaccare proditoriamente, col sostegno della mano straniera, il governo nazionale in carica, nell’esiziale annus horribilis 2011, pur nella consapevolezza di non fare il bene del Paese. Il centrodestra ha invece approcciato il confronto sempre tenendo la barra sull’interesse nazionale ed ha cercato di combattere l’avversario non per ciò che era e rappresentava ma per ciò che faceva nel concreto. Perciò appare bizzarro l’odierno comportamento di alcune articolazioni della destra moderata che pur di andare contro la maggioranza giallo-blu si sono messe a scimmiottare il disfattismo del Partito Democratico e dintorni.

Evocare scenari di piazza, con gli imprenditori al posto dei lavoratori sulle barricate per le “devastanti” scelte governative appare un tantino esagerato. Farsi dettare la linea politica dagli andamenti dello spread è roba che porta dritta a soluzioni normalizzatrici alla “Governo Monti”. Dipingere poi il Paese sull’orlo del baratro e scenari finanziari apocalittici con gli investitori ritratti a fuggire, terrorizzati, sulle ultime scialuppe in partenza dall’Italia non è realistico e potrebbe rivelarsi alla distanza un pericoloso boomerang destinato ad accrescere, anziché togliere, consensi ai grillini e ai leghisti. La scommessa su cui le opposizioni stanno puntando la dote elettorale che gli residua si fonda sulla certezza che il Governo giallo-blu non sarà in grado di varare una Legge di finanza pubblica in linea con i parametri richiesti da Bruxelles. Si ripete fino allo sfinimento che il programma penta-leghista delle riforme è il libro dei sogni che non si avvereranno. Ci vorrebbero oltre 100 miliardi di euro, è il refrain dell’unico spartito a disposizione dei critici, per mettere a sistema le promesse elettorali di reddito di cittadinanza, flat tax e abolizione della “Fornero”. Una montagna di denaro che non c’è, quindi: fallimento assicurato. Non hanno messo in conto, gli zelanti critici, l’abilità dei novelli capibastone nel gioco delle tre carte. Esistono capitoli del Bilancio pubblico ai quali è sufficiente cambiare etichetta per realizzare d’incanto il piano di trasformazione del Paese.

Si prenda la flat tax. Come ha più volte spiegato il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, c’è un giacimento di risorse inesplorato per oltre 100 miliardi di euro costituito dai mancati introiti dell’Erario a causa delle deduzioni e delle detrazioni consentite a famiglie e imprese dalle normative vigenti. Ora, basterebbe abolirne una parte e reindirizzarne l’ammontare all’abbattimento delle aliquote fiscali e il gioco è fatto.

La rivista “Economia e Politica” diretta dall’economista Riccardo Realfonzo suggerisce come rastrellare le risorse per implementare il reddito di cittadinanza. Si tratta di spostare le risorse dalle politiche di attivazione a quelle di redistribuzione. Il costo della misura è stimato in 15 miliardi di euro. Basta prendere i 9 miliardi finora destinati a finanziare il “bonus Renzi” degli 80 euro, aggiungerli ai 2 miliardi 750 milioni appostati a bilancio dal Governo Gentiloni per il reddito d’inclusione. Poi ci sono i soldi (sprecati) del cosiddetto “bonus cultura”, 290 milioni. Il reddito di cittadinanza sostituirebbe la Naspi per gli assegni temporanei di disoccupazione, l’assistenza per la disoccupazione (Asdi) e l’indennità di disoccupazione per i lavoratori con rapporto di collaborazione coordinata e continuativa (Dis-Coll): altri 950 milioni di euro. Una sforbiciata secca al fondo “Garanzia giovani” e ad altre voci di spesa per le politiche attiche del lavoro (circa 2 miliardi) e, voilà, servito il reddito di cittadinanza a zero impatto sui saldi di finanza pubblica, targato Cinque Stelle. E per l’abolizione della “Fornero”? Si applica il principio dei vasi comunicanti. Si riduce la soglia dell’età del pensionamento fino al raggiungimento della fatidica “Quota cento” in ragione della quantità delle risorse recuperate dal taglio delle pensioni superiori a 4mila euro netti mensili, erogate in base al sistema di calcolo retributivo.

Non si vuole farla facile ma, semplicemente, mettere sull’avviso l’opposizione un tempo raziocinante della destra moderata che il Governo giallo-blu, a dispetto della fama di sfasciacarrozze e arruffapopolo che si è data, potrebbe, alla fine della fiera, uscirne con un successone a Bruxelles e con tanto di complementi e pacche sulle spalle da parte dei temuti guardiani dei nostri conti pubblici. Tranquillizzati i mercati, lo spread calerebbe e le agenzie di rating si convincerebbero a mettere qualche segno più nelle pagelle dell’Italia. Se ciò accadesse il Governo giallo-blu ce lo terremmo per l’intera legislatura mentre le opposizioni verrebbero talmente screditate da non potere chiedere agli elettori neanche che ora è. Figurarsi un voto per ribaltare la maggioranza giallo-blu. Ma non si diceva che l’arma più efficace dei moderati fosse la prudenza di giudizio? Com’è che si sono arruolati tutti tra i catastrofisti di complemento?