La Libia esplode, Roma intervenga

In Libia siamo alla resa dei conti. Lo scontro in corso tra piccoli ma sanguinari attori locali per la conquista di spicchi di potere nel teatro libico ha riportato alla luce la partita vera che si sta combattendo nel Paese nordafricano e che riguarda gli interessi concorrenti della Francia e dell’Italia ad avere un ruolo strategico nella ricomposizione del quadrante del Mediterraneo meridionale e del Nord Africa. Tra i due Paesi non vi è alcuna sintonia. E l’Unione europea? Non pervenuta.

Emmanuel Macron sta portando a compimento il disegno tracciato dal suo predecessore Nicolas Sarkozy nel 2011 che puntava a sottrarre la Libia all’influenza politico-economica dell’Italia. Ciò che sta avvenendo a Tripoli in queste ore e quello che si è mosso nella regione meridionale del Fezzan nei giorni scorsi segnala l’approssimarsi dell’esito definitivo della guerra franco-italiana, combattuta per interposta ferocia delle fazioni locali. I Governi di Roma del dopo-Gheddafi hanno scelto di schierarsi da una parte sola, dismettendo l’equidistanza che tradizionalmente l’Italia aveva tenuto rispetto alle dinamiche interne al Paese nordafricano. A torto si è puntato sulla persona di Fayez al-Sarraj nella speranza che potesse surrogare l’autorevolezza e il carisma del deposto dittatore nel tenere unito un Paese che nel concreto non esiste in quanto Stato unitario ma è un crogiolo di localismi tribali accomunati dall’ambizione dei capi tribù di spartirsi i proventi del commercio di petrolio di cui il sottosuolo libico è ricchissimo. È stata una scelta sbagliata che ha legato l’Italia alle sorti personali di un “re travicello”.

Se cade al-Sarraj, la Francia, per il tramite del suo uomo a Bengasi, il generale Khalifa Haftar, prende tutto il banco libico mentre l’Italia va fuori. È ciò che vogliamo? È questo il destino al quale il Governo giallo-blu intende consegnare il Paese? La situazione potrebbe essere ancora rimediata, è solo questione di volontà politica. Il nostro Paese ha in corso una missione bilaterale di supporto e di assistenza al Governo di Accordo nazionale, presieduto da Fayez al-Sarraj. Tra i compiti previsti dal patto vi è quello di: “Fornire attività di formazione, addestramento, consulenza, assistenza, supporto e mentoring a favore delle forze di sicurezza e delle istituzioni governative libiche, in Italia e in Libia, al fine di incrementarne le capacità complessive”.

In queste ore la priorità è la tenuta al vertice dello Stato del presidente al-Sarraj, pesantemente minacciato dai miliziani della Settima Brigata libica, comandata da Abdel Rahim al Kani. Il Governo di Tripoli ha decretato lo stato d’emergenza, ma le forze ribelli stanno già attaccando il quartiere di Abu Salim, nella parte meridionale della capitale. Per oggi è previsto un incontro tra le parti in conflitto, indetto dai rappresentanti della missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil), per stipulare un accordo per il cessate il fuoco.

Se l’iniziativa dovesse fallire cosa aspetta il nostro Esecutivo a ordinare un intervento militare per mettere in sicurezza il legittimo governo libico? Dopo al-Sarraj non ci sarà più nulla che impedirà al generale Khalifa Haftar, fantoccio nelle mani di Parigi, di prendere il controllo del Paese. È tempo di mettere gli scarponi sul suolo libico e che siano quelli italiani. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, di ritorno da Washington, ha sbandierato come un grande successo diplomatico l’intesa con la Casa Bianca volta a creare una cabina di regia Italia-Usa per la gestione della crisi libica. Che fine ha fatto il feeling con Donald Trump? Dove sono i nostri alleati d’oltreoceano? Il nostro Governo ieri ha fatto sapere, per bocca di Matteo Salvini, che avrebbe escluso un intervento militare italiano. Se è così vuol dire che a Roma i giallo-blu non hanno capito un bel niente della gravità della crisi in atto. Se si perde la Libia Salvini come pensa d’impedire la catastrofe migratoria che si abbatterà sull’Italia? E se l’Eni venisse costretta a lasciare i giacimenti petroliferi che sfrutta in territorio libico riscalderemo le nostre case e faremo funzionare le nostre aziende con la “decrescita felice”? Vi sono momenti nei quali servono le maniere forti.

Tornerà il tempo della diplomazia, ma adesso occorre mettere in sicurezza Tripoli con le armi italiane. Sarà anche l’occasione per comunicare al mondo, e all’inquilino dell’Eliseo, che l’Italia c’è e non solo come espressione geografica. I nostri odierni governanti ripensino al 2011 e a cosa accadde. La rovina politica di un leader pure amato e vincente come Silvio Berlusconi non è stata causata da un fantasioso scandaletto a luci rosse e neppure dalla salita vertiginosa dello spread, che fu l’effetto e non la causa del disastro. La caduta del suo Governo fu originata dall’incapacità d’impedire a Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti di scatenare il caos in Libia con l’eliminazione del satrapo Gheddafi. Fu il mancato guizzo dell’uomo di genio di schivare la pugnalata alla schiena che Sarkozy si apprestava a sferrare al nostro Paese col pretesto del sostegno alle maledette “primavere arabe”. Fu l’attimo sfuggito a Silvio Berlusconi di emulare il Bettino Craxi di Sigonella che seppe opporsi al potente alleato statunitense.

Sulla sconfitta del 2011 è stato detto molto. Anche dai grillini e dai leghisti che oggi sono al comando. Sappiano dimostrare di aver imparato dagli errori del passato e mostrino di avere il coraggio delle scelte irrevocabili. Il Paese li guarda, il mondo li guarda. Hanno detto: prima gli italiani! Agiscano di conseguenza. Altrimenti, la loro, sarà stata solo frusta retorica propagandistica. E se così fosse, poveri noi!