Questione di nomi?

Forza Italia e Partito Democratico sono come quegli uomini attempati che per sentirsi giovani indossano goffamente la cravatta sgargiante convinti di essere spiritosi e al passo coi tempi. Poi prendono la macchina familiare, asportano le foderine amaranto e la foto di Padre Pio con su scritto “vai piano” reputando così di essere pronti a una vita di sesso, droga e rock and roll. Ci mettono un po’ ma alla fine sono costretti a capitolare sotto i colpi della triste realtà dovendo constatare che qualcosa non ha funzionato, che le pulzelle non hanno saputo cogliere, che il mondo è diventato distratto e superficiale.

Mutatis mutandis, Forza Italia e Partito Democratico pensano che cambiare nome e affidarsi a vecchie minestre riscaldate come Nicola Zingaretti o Antonio Tajani li faccia diventare più appealing. Ma è ovviamente una pia illusione e finiranno col farsi male perché non hanno capito che prima dei nomi e dei frontmen viene la comprensione del malessere sociale in atto.

Prendete i Democratici: sono talmente fuori dal mondo da essersi convinti di poter contendere l’elettorato incazzato e post-ideologico dei grillini esercitando una critica feroce e nervosa su laqualunque, foss’anche un movimento dell’arcata sopraccigliare di Luigi Di Maio. Vogliono fare i grillini ma dicono di odiarli, vorrebbero essere forti sul web (parola di Zingaretti) ma dicono che la politica non si dovrebbe fare su Twitter, fingono di avere una ricetta per tutto ma quando erano al governo hanno dimostrato di essere dei buoni a nulla, fanno polemiche tanto ipocritamente idiote quanto vetero-ideologiche contro Matteo Salvini ma giurano di essere nuovi, cianciano ancora ostinatamente di migranti e di diritti civili ma si sentono una valida alternativa per le nuove generazioni che francamente hanno bisogno di tante cose tranne che dei discorsi anacronistici da sessantottini di questi nati vecchi.

Silvio Berlusconi invece nel dubbio tace e di tanto in tanto (almeno una volta a settimana da dieci anni a questa parte) annuncia la sua ri-ri-ridiscesa in campo affidando oggi a Toti (Giovanni non Enrico), domani a Stefano Parisi e dopodomani ad Antonio Tajani l’incarico di sirenetto della settimana, di meteorina del mese, di scaldapubblico senza il quid (e senza il pubblico), di precario della leadership.

E mentre tace si domanda intimamente come sia stato possibile che lui, l’unto del Signore, il mattatore indomito, il più grande barzellettiere, er mejo fico der bigonzo sia stato messo in ombra da un ragazzetto grossier di nome Matteo Salvini. E proprio non si arrende all’idea che la fuffa non funzioni più e che puntare a fare il centrista, l’europeista o il moderato equivalga a cantare le canzoni di Charles Aznavour a una festa di trentenni (puoi strappare l’applauso solo se le canti a una cena elegante ad Arcore circondato dai soliti lacchè). Soprattutto se a contenderti la piazza c’è uno che parla di sovranità, di blocco dell’immigrazione, di euroscetticismo, di flat tax, di sicurezza e di periferie. E se poi il contendente finisce per giunta al Governo e mantiene fede agli impegni presi con coraggiosi atti concludenti non c’è partita (indipendentemente dai risultati che Salvini sarà in grado di raggiungere e che molto spesso non dipendono dalla volontà del leader leghista).

Siamo passati per due repubbliche fingendo di credere che tutto cambiasse mentre nulla cambiava e ci siamo dovuti sorbire scontri e contrapposizioni che nascevano in piazza per poi morire in Parlamento con un patto davanti a una buona crostata o con un compromesso notturno in una fumosa sala in stile anni Ottanta. Abbiamo attraversato due lunghissime repubbliche credendo prima allo sguardo austero dello statista riflessivo pentapartitico e poi allo sguardo rampante del vincente a vocazione maggioritaria senza che nulla si modificasse tranne il volume del debito pubblico. Comprensibile (ma non scusabile) che il cittadino medio si attacchi a personaggi in cerca d’autore come Danilo Toninelli o a qualche stellata zucca vuota. Il cittadino medio si sente all’ultima spiaggia e non vede altra soluzione se non quella di protestare votando i più inadeguati anche se ne riconosce distintamente l’incapacità. Date le premesse, almeno Di Maio & company non potranno deluderlo.

Non è quindi una questione di nomi altrimenti non si spiegherebbe come mai la Lega Nord continui a sfondare al sud. È questo che la politica tradizionale dovrebbe comprendere modificando la propria offerta e piantandola di guardare il fenomeno con aristocratica supponenza.