Se le parole (non) sono pietre

Con ogni probabilità, almeno a sentirlo ora, il ministro Danilo Toninelli non riesce a svincolarsi dal Toninelli prima maniera, quando cioè faceva un’opposizione senza se e senza ma praticamente su tutto lo scibile politico. Ma adesso?

Sentiamolo, dopo il crollo del ponte di Genova: “Finalmente, dopo quasi vent’anni di opacità e segreti, il 27 agosto scorso abbiamo pubblicato sul sito web del ministero delle Infrastrutture tutti i contratti di concessione delle autostrade e tutti i relativi allegati”.

Perbacco, verrebbe voglia di esclamare. E aveva aggiunto: “È un gesto che rivendichiamo con grande orgoglio. Nonostante le pressioni interne ed esterne che abbiamo subito, abbiamo messo a disposizione della collettività atti che tanti cittadini nel corso degli anni hanno richiesto all’Amministrazione, vedendosi sempre sbattere portoni in faccia”.

E va bene, vogliamo dirgli. Con un mah, che è anche un’osservazione non tanto o soltanto su di lui, ministro pentastellato, ma sull’insieme dei rappresentanti, al Governo e fuori, di un movimento che, sia prima che dopo la scelta di Palazzo Chigi, ha fatto della protesta, dell’opposizione contro tutti, dell’esclamazione del “no” gridato e ripetuto con parole forti, fortissime, una caratteristica essenziale della loro politica.

La politica, appunto. Un po’ come il vangelo del “sia il tuo parlare sì sì, no no”. Ma la politica non è il Vangelo, non ha parole divine. Solo umane, per fortuna. Il fatto è che il Movimento 5 Stelle stenta assai, e lo dimostrano le parole del suo ministro delle Infrastrutture, a staccarsi dal ruolo fino ad ora ricoperto nella politica, per l’appunto, del “no” alto e forte erga omnes, in un uno speciale caravanserraglio anche mediatico di cui Beppe Grillo è stato ed è maestro indiscusso. Tanto più se da quasi cento giorni i suoi siedono a Palazzo Chigi con responsabilità di non poco conto.

Non è che si voglia qui richiamare una censura all’eccessivo parlare, ci mancherebbe altro. Il punto vero è un altro e riguarda, semmai, la spesso mancata valutazione delle conseguenze di un parlare che, come quello sopra ricordato, non è solo proveniente dal ministro della partita e nella sede alta della Polis, ovvero il Parlamento dove, come dice la parola stessa, si parla, ma è sempre e comunque un parlare in funzione delle necessità del Paese, delle sue realtà, delle sue necessità, delle speranze, del suo futuro; insomma, delle sue leggi per la comunità. Un ministro, poi, qualunque sia la sua provenienza politica, dovrebbe sempre avere un certo riguardo ai discorsi, degli alleati, degli avversari e, ovviamente, suoi.

Nella fattispecie, le frasi impostate a grande severità d’assunto di Toninelli e tanto più in un caso gravissimo come quello di Genova, avevano bensì lo scopo di una denuncia pubblica, ma proprio perché tale, e ovviamente in Parlamento, necessitava di un passo in più, di un corollario, di un’aggiunta tanto più indispensabile quanto più tale denuncia non era e non è contro un ente ignoto, ma con tanto di nome, di sigla.

Intendiamoci, noi non siamo quelli del “se sa, parli!”, esclamazione che i grillini (ma non solo) conoscono bene. Ma in questo caso, e lo diciamo serenamente e a bassa voce, un ministro non dovrebbe fermarsi a tirare il sasso in piccionaia ma a completarne il senso, la ratio, a giustificarne la gravità facendo i nomi degli autori delle pressioni ricevute anche e soprattutto laddove si fa cenno a un lobbista interno alle Autostrade. Altrimenti, come si diceva da bambini, il gioco non vale. Non vale a maggior ragione in una vicenda come questa, già con la magistratura all’opera, nella quale l’aver subito pressioni sarebbe di per sé una necessità ineluttabile per chiunque stia al ministero delle Infrastrutture, ma non rivelarne i nomi dopo quanto è successo rischia di produrre in molti osservatori un dubbio ampio, vasto, che riguarda non un settore ma un po’ tutti.

Le parole sono pietre, diceva qualcuno. Ma rischiano di finire in un semplice gesto teatrale. Ma non siamo a teatro dove anche il silenzio parla. In una faccenda grave come quella genovese tutto è possibile, meno che il silenzio.