Se il vaso di coccio è a Cinque Stelle

Per i media, il dietrofront di Matteo Salvini, partito all’attacco della magistratura, sarebbe stato determinato da una telefonata che il capo leghista avrebbe ricevuto nella notte tra venerdì e sabato dal suo omologo di governo e capo politico dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio. L’interessato nega la circostanza, sostenendo che la posizione assunta dalla Lega rispetto al comportamento dei magistrati sarebbe farina del suo sacco e non di quello pentastellato.

Parrà bizzarro, ma questa volta crediamo alla ricostruzione offerta dal circo mediatico e non alla smentita d’ufficio offerta da Salvini. Ma cosa avrebbe detto il grillino di così importante da spingere il partner di governo a cambiare toni e strategia riguardo ai giudici? Il rischio, per Di Maio imminente, che l’ala sinistra e gruppettara del Movimento, contraria all’intesa con il “Carroccio”, stesse attivando le proprie pedine parlamentari per assestare la spallata definitiva all’esperienza del Governo giallo-blu. Nelle intenzioni dei grillini frondisti vi sarebbe un’alleanza con il Partito Democratico da far digerire all’elettorato pentastellato con l’abusato pretesto di non lasciare il Paese allo sbando in una fase delicata della vita delle istituzioni repubblicane.

Quindi, nessun ricorso ad urne anticipate (che favorirebbero l’ascesa della Lega) ma l’ennesimo Governo di responsabilità, targato Pd-Leu-Cinque Stelle, posto ad argine della marea montante del sovranismo, in crescita nel sentire maggioritario dei popoli europei. È da tempo che insistiamo sul carattere di conglomerato di pulsioni, tra loro antitetiche, del movimento grillino. I Cinque Stelle non hanno radici in alcun pensiero della tradizione politica e culturale europea. Essi rappresentano un unicum sorto e proliferato sull’onda di una reazione repulsiva dell’elettorato italiano, arcistufo delle miopie e delle mediocrità dei partiti storici, della sinistra e della destra. Nessuna meraviglia, dunque, che all’interno del grillismo convivano anime che in passato si sono combattute da opposti fronti. Parimenti, è normale che, prima o dopo, tale contraddizione “ontologica” venga alla luce ed esploda frantumando l’insieme che è solo temporaneo, fenomenico.

Benché il paragone possa suonare blasfemo, la storia dei Cinque Stelle richiama alla memoria quella del Comitato di liberazione nazionale (Cln) che ha avuto grande potere nelle immediatezze della fine della Seconda guerra mondiale. Allora c’era un Paese devastato da ricostruire dalle fondamenta che impose a forze politiche, altrimenti incompatibili, di coalizzarsi nell’interesse della nazione. Quella soluzione, però, durò poco. Giusto il tempo di avviare il processo democratico e gli opposti fronti tornarono a combattersi, come era giusto che accadesse. Oggi, in piccolo, assistiamo a un fenomeno analogo con i grillini. L’emergenza causata da un’incapacità strutturale dei partiti della Seconda Repubblica di dare risposte efficaci agli squilibri indotti dalla globalizzazione selvaggia dell’economia ha generato l’antidoto del movimento antisistema. È nell’ordine naturale delle cose che il fenomeno, giunto al vertice della parabola, dia segni di cedimento. Ancora prima del Governo giallo-blu nel suo complesso, saranno i Cinque Stelle a spaccarsi all’impatto con la complessità delle scelte politiche quotidiane. Soddisfazione e scontento non riusciranno a convivere nello stesso contenitore partitico. Perciò, la questione verterà sulla capacità o meno di governare il processo di separazione degli opposti, non sul protrarsi contro natura di un fenomeno che resta circoscritto a una fase emergenziale della vita nazionale.

In soldoni, la preoccupazione del centrodestra, che aspira alla rivincita elettorale, deve focalizzarsi a impedire che l’anomalia grillina si protragga, migrando compattamente al campo della sinistra dopo aver succhiato risorse e tempo dal campo politico della destra. Allo scopo, sarebbe salutare che si facessero degli opportuni distinguo nel giudicare la classe dirigente pentastellata. Luigi Di Maio non è Roberto Fico, e neppure Alessandro Di Battista. Iniziare a dirselo, e a comportarsi di conseguenza, nelle palestre intellettuali del centrodestra non sarebbe eresia. Si guardi ai fatti e meno ai proclami. Un esempio. I grillini sono quelli dell’ambientalismo tout court e della decrescita felice. Intanto, è grillino il ministro dello Sviluppo economico che ha propiziato la chiusura dell’intesa con la nuova proprietà franco-indiana del colosso Ilva. La più grande acciaieria d’Europa, a Taranto, tornerà a produrre nell’interesse del sistema industriale nazionale e alla faccia dei protestatari, anche grillini, che la volevano definitivamente chiusa e al suo posto un parco giochi. La contraddizione è palese, ma sarebbe inutile attardarsi nei toni canzonatori all’indirizzo dei pentastellati. Meglio sarebbe sollecitare l’ala raziocinante e conservatrice del Movimento a proseguire sulla strada del pragmatismo delle politiche funzionali allo sviluppo produttivo del Paese.

Non è improbabile che alle urne si torni prima del previsto. Ciò che conta, per il centrodestra, è che per quel giorno il Cinque Stelle abbia smesso di essere il monolite delle origini ma sia già allo stadio di asteroide che, a contatto con l’atmosfera terrestre, si frantuma in milioni di pezzi. A quel punto, se i numeri parlamentari dovessero richiederlo, non sarebbe un atto scandaloso associare alla futura compagine governativa guidata da Matteo Salvini quella scheggia significativa di mondo pentastellato, espressione della diaspora della destra che dieci anni orsono ha abbandonato la casa madre per seguire l’onda ribellistica dei “Vaffa!” di Beppe Grillo e soci.