La giustizia ai tempi del nuovo che avanza?

Per carità nessuna smania di ripensare al tempo che fu, quello, per intenderci, della giustizia italiana, o all’italiana, che aveva liquidato la Prima Repubblica mentre premevano alla porte non i barbari ma, nell’accezione martelliana, del nuovo che avanza.

Ed effettivamente qualcosa di veramente nuovo avanzò con tanto di nome e cognome: Silvio Berlusconi il quale, del resto, non poteva non sapere quanto e come questo tipo di Giustizia, allora emblematizzata dal pm Antonio Di Pietro, potesse muoversi e operare anche e soprattutto nell’abbinamento del trinomio giustizia-politica-aziende applicando quella sorta di logaritmo che andò per la maggiore negli anni Novanta. Quando s’alzò sopra ogni musica un tintinnio speciale: quello delle manette.

Si parlò allora, ma anche prima, di riforma della giustizia pensando, da parte di non pochi, al ruolo esorbitante dell’accusa incarnata dai pubblici ministeri divenuti di fatto gli interpreti e gli esecutori di quel tipo di giustizia urlato per le strade, ma anche in Parlamento, col grido: in galera! Ma chi gridava più di tutti in quegli anni, fermo restando che gli ex Pci non gridavano ma operavano dall’interno in quanto autodefinitisi vicini ai giudici da sempre, e però pure a loro qualche “calcio dell’asino” se lo sono sentito addosso. Le urla più forti, tuttavia, provenivano dalla Lega di Umberto Bossi, un movimento che allora stava sbocciando al Nord, cui per il suo leader praticamente indiscusso il ricorso alla piazza e alle sue grida, nel nostro caso giustizialiste, era il quasi necessario accostamento all’impeto nordista ma anche prodromo di successi elettorali, di amministrazioni pubbliche, di Camera e Senato e, infine, di Governo.

Se oggi la giustizia, quella per intenderci dell’accusa, ritorna prepotentemente sulla scena politica non si vuole schematicamente ridurre questo rinnovato incontro sotto il segno manettifero tout court o all’inquietante e indimenticabile suono delle manette non tanto o non soltanto perché quella stagione tintinnante non ritorna, non può ritornare, ma soprattutto perché la vicenda giudiziaria che tocca la Lega salviniana di oggi, pur diversa da quella bossiana, vede come personaggio principale un vice presidente del Consiglio che ha un carnet pieno di cose da fare rimaste fino ad ora, va pur detto, a riposo nel canestro delle buone intenzioni, in questo non diverso, come recipiente, da quello del collega pentastellato a Palazzo Chigi.

La reazione di Matteo Salvini all’iniziativa giudiziaria che oggi, ma solo oggi, può apparire grande e grossa ma ieri, al bel tempo che fu leghista, sarebbe stata accompagnata da gridati consensi se rivolta ad avversari politici, non è stata molto dissimile da certi leader di quei bei tempi, con tanto di affermazione: io vado avanti, la gente è con noi, facciano pure!

Va peraltro aggiunto che la dichiarazione del compagno di avventura governativa Luigi Di Maio, cui si sono sempre riconosciute ampie “doti” di giustizialismo erga omnes, non sono apparse rientrare in una simile dimensione ma, al contrario, in una tranquilla, equilibrata, misurata quasi sottovoce in nome dell’innocenza in attesa di altri sviluppi, e poi si vedrà.

In realtà sono state più forti e ferme le dichiarazioni provenienti da una Forza Italia che resta bensì alleata di una Lega che, ora come ora, governa col nemico più acerrimo del Cavaliere e che, a essere cattivi col pensiero, non pare debba e voglia soffrire molto delle vicissitudini giudiziarie del compagno di viaggio, entrambi in cammino nel solco di quel leggendario nuovo che avanza tornato di moda dopo una pausa di silenzio più o meno forzato, anche dalla Lega di Bossi e, fino a pochi anni fa, dello stesso Salvini.

Non si vuole qui drammatizzare e, come suol dirsi, aspettiamo le prossime puntate ma, come ricorda il direttore, è lecito chiedersi se un provvedimento cautelare frutto di una sentenza di primo grado appellata possa bloccare l’attività di un qualsiasi movimento politico, a cominciare da quello che in questo momento è quello che gode del maggior consenso nel Paese. Indovinala, Grillo!