L’equivoco gialloverde

martedì 23 ottobre 2018


Il governo gialloverde è nato perché il capo dello Stato non voleva sciogliere le Camere nello stesso anno della loro elezione e perché i parlamentari, in gran parte miracolati, avendo gustato i commoda possessionis, temevano che il miracolo non si ripetesse. Entrambi i motivi, dal punto di vista istituzionale ed umano, hanno un fondamento comprensibile. Il parto è avvenuto con il forcipe del contratto di governo. Il neogoverno presenta le tare ereditarie della campagna elettorale, che stanno evidenziando gli stessi cogovernanti, al basso livello dei peones e al massimo livello dei leader. I numeri parlamentari e i sondaggi confortano i contraenti, che per loro stessa ammissione non formano una maggioranza politica. Devono solo eseguire un contratto. Sennonché le parti hanno nascosto nelle pieghe del contratto una clausola vessatoria, non a danno di loro stesse, bensì degl’Italiani tutti, compresi quelli che le appoggiano. La clausola ha la sostanza di una petizione di principio ovvero di un falso sillogismo. Dicono e ripetono: “Siamo il governo; abbiamo sottoscritto un patto di governo avallato dalla fiducia parlamentare; abbiamo il diritto-dovere di attuarlo, senza vincoli interni ed esterni contrari alla nostra volontà politica di eseguirlo con puntualità e coerenza”.  

Tuttavia clausole del genere sono state dichiarate nulle dal costituzionalismo, l’unico vero: quello liberale (esistono “costituzionalisti” che in manuali e lezioni hanno osato qualificare “costituzioni” anche quelle naziste, fasciste, comuniste!). La ragion d’essere storica dei parlamenti fu di arginare il potere assoluto dei sovrani, soprattutto il potere, ritenuto addirittura d’origine divina, di imporre tributi e spenderne a piacere il ricavato. Fu evidente, poi, che un parlamento rappresentativo, sovrano come i monarchi, benché d’origine terrena, non era solo perciò migliore dei sovrani assoluti. A buon diritto fu detto che “il parlamento poteva fare ormai quasi tutto, fuorché mutare un uomo in donna e viceversa”, un limite peraltro superato in tempi recenti. Il costituzionalismo liberale fu la risposta della storia, quando la storia risponde bene. In Italia passammo, dopo la tragica vicenda della seconda guerra mondiale, dalla costituzione flessibile donataci dal Re nel 1848 alla Costituzione rigida, scritta e approvata dall’Assemblea costituente. La Costituzione repubblicana, infatti, è la proibizione suprema, garantita dalla Corte costituzionale. Il Parlamento, dunque, non è sovrano, ma strumento della sovranità del popolo. Sia in quanto organo costituzionale sia nelle sue funzioni preminenti, quali la legiferazione, il Parlamento nasce e agisce entro i limiti della Costituzione, che separa i poteri fondamentali senza contrapporli ma facendoli collaborare lealmente. Le Camere e il Consiglio dei ministri curano innanzi tutto la finanza pubblica, linfa vitale dello Stato, e per Costituzione, appunto, sono obbligati a governarla, non sgovernarla. Per impedire che il potere legislativo ed il potere esecutivo malversino il denaro pubblico è stabilito in Costituzione il pareggio del bilancio, un principio morale prim’ancora che una disposizione costituzionale e un obbligo giuridico prescrittivo. L’articolo 81 della Costituzione, ispirato da Einaudi, prima è stato aggirato anche per colpa della Corte costituzionale, che ha avallato, nella celebre sentenza n.1/1966, la copertura “creativa” delle spese, e poi è stato sostituito dal nuovo articolo 81 approvato nel 2012, dove il principio del pareggio di bilancio ha preso l’eufemistico nome di “equilibrio di bilancio”, una foglia di fico sulla finanza allegra a dispetto del Patto di bilancio (fiscal compact) firmato nel 2013 dai membri dell’Unione europea.

Quando il governo gialloverde proclama di voler tenere in non cale (rectius: “me ne frego” oppure “tra i numeri e il popolo, scelgo il popolo”) sia il pareggio sia l’equilibrio tra entrate e spese,  mostra di disprezzare i limiti costituzionali che ritiene di poter violare in quanto “eletto dal popolo” (sic!). Ma è stata proprio la protezione del popolo dai suoi governanti lo scopo perseguito nei secoli dalla democrazia costituzionale, cioè liberale. È profondamente contraddittorio presumere di agire nel nome del popolo italiano indebitandolo contro la disciplina costituzionale sulla finanza pubblica. Nessuna norma impedisce di spendere di più, purché la spesa aggiuntiva sia coperta mediante i tributi e non con dosi aggiuntive di debito pubblico, pretendendo pure l’applauso da chi ammonisce i finanziatori e diffida del debitore. Commentando “Il federalista” (scritto da Hamilton a 32 anni e Madison a 36: non è questione di età anagrafica) lo storico della politica Clinton Rossiter ha concluso: “Il messaggio del Federalista è il seguente: non c’è felicità senza libertà, non c’è libertà senza autogoverno, non c’è autogoverno senza costituzionalismo, non c’è costituzionalismo senza senso morale, e non c’è nessuno di questi beni senza ordine e stabilità”.


di Pietro Di Muccio de Quattro