Bruxelles vs Roma: continua la guerra dei numeri

La Commissione Ue sembra un disco rotto. Ieri è toccato al report sulle Previsioni economiche d’autunno, stilato dai servizi della direzione generale Affari economici della Commissione, recitare i salmi sui conti pubblici italiani.

Per Bruxelles la ripresa prevista nei numeri di Bilancio è una fantasia del ministro dell’Economia Giovanni Tria, atteso che le misure adottate in manovra non avrebbero l’effettivo espansivo desiderato, ma solo quello negativo di appesantire il deficit strutturale. Alla stima di crescita fissata dal Governo di Roma per il 2019 al +1,5 per cento del Pil, la Commissione contrappone uno stringato +1,2 per cento. Di conseguenza, il rapporto Deficit/Pil, previsto dall’Italia al +2,4 per cento, in realtà schizzerebbe al 2,9 per cento, pericolosamente prossimo alla deadline del 3 per cento che, sempre secondo l’Ue, verrebbe sforata nel 2020. La previsione negativa scaturisce dalla constatazione che nel biennio 2019-2020 le economie dell’eurozona e dell’intera Unione europea attraverseranno una fase di forte rallentamento, con un Pil mediamente fermo al +1,9 per cento. Le cause della frenata sono attribuite all’aumento del costo del petrolio, all’incertezza globale e alle tensioni commerciali internazionali. Una parte di responsabilità l’avrebbe anche l’esito del negoziato sulla Brexit, specialmente se dovesse concludersi negativamente. Nella valutazione dei tecnici di Bruxelles il mancato accordo con Londra “potrebbe comportare un impatto più dirompente sul rapporto commerciale Ue-Regno Unito di quanto attualmente previsto”.

Ne consegue che, essendo il modello econometrico in uso a Bruxelles tarato sul presupposto che l’Italia sia il fanalino di coda dell’Europa, una frenata complessiva si ripercuote in automatico sul nostro Paese. La possibilità che la nostra economia possa svilupparsi in controtendenza rispetto ai partner comunitari la si potrebbe definire un pensiero che la mente dell’Unione non contempla. Ma non è così, perché talvolta anche gli algoritmi si contraddicono. Accade che, nel mentre si fissa al 2020 l’appuntamento con la catastrofe dei conti pubblici italiani, dall’altra si stima che, nel medesimo anno, a fronte di una contrazione ulteriore del Pil medio dell’Ue (-0,1% per l’Ue e -0,2% per l’eurozona) e con 24 Stati membri su 27 (il Regno Unito sarà fuori da marzo 2019) con il segno “meno” alla crescita, l’unico Paese dato in aumento è l’Italia, con un +1,3 per cento.

Ora, come direbbe il mitico Antonio Di Pietro, facciamo a capirci. Com’è possibile che siamo il malato d’Europa con serie probabilità di trasformarci negli untori dell’eurozona, nel mentre siamo, contemporaneamente, gli unici a crescere anche se di poco nel 2020? Bisogna leggere con attenzione ciò che scrive Marco Buti, responsabile del report predisposto dalla Direzione generale dell’Ecfin dell’Ue, per capire dove sia l’inghippo. Dice Buti: “L'incertezza sulle previsioni dei conti pubblici in Italia ha portato a più alti interessi di spread, e l'interazione tra il debito sovrano con il settore bancario è ancora una preoccupazione”. Tradotto significa che gli eventuali problemi alla stabilità finanziaria dell’Italia non proverebbero dalle scelte di politica economica azzardate dal Governo giallo-blu ma dalla salita del costo degli interessi sul debito, cioè dallo spread. Domanda: ma chi sta soffiando sul fuoco della sfiducia dei mercati verso l’Italia? Il direttore Buti dovrebbe guardare in casa sua, in particolare al suo boss, quel tal Pierre Moscovici, francese, che non perde occasione per sparare a palle incatenate contro Roma. Ci sarebbe di che incavolarsi, impugnare i forconi e mettere in calendario una gita a Bruxelles. In pratica, rischiamo il default non per il nostro virtuoso avanzo primario ma per l’effetto dello strozzinaggio dello spread. Abbiate il pudore, cari amici europei, di non offendere la nostra intelligenza nel dire che è questione di decimali. Qui la contabilità non c’entra, vale la politica e il progetto di alcuni Stati europei di ridurre a una posizione marginale il nostro Paese all’interno del consesso comunitario. Detto ciò, resta il fatto incontrovertibile che il nostro Prodotto interno lordo cresca meno degli altri in Europa. E qui le teorie complottistiche non aiutano. È del tutto evidente che il fenomeno scaturisca da un complesso di cause. Tuttavia, non potendo analizzarle tutte in questa sede, ci preme citarne una particolarmente odiosa. Si chiama saccheggio industriale. Come si può sperare di crescere se il nostro sistema produttivo è vittima, da tempo, di un’emorragia inarrestabile di produzioni e di know-how autoctoni che espatriano?

Non passa giorno che non si faccia la conta delle vittime dei marchi del “Made in Italy” che abbandonano l’Italia. Ultimo in ordine di tempo l’annuncio di ieri l’altro della chiusura, per delocalizzazione, della storica fabbrica piemontese di gianduiotti “Pernigotti” di Novi Ligure, disposta dai proprietari turchi del marchio. Grazie al piffero che l’Italia cresce meno della Slovacchia! Il sistema industriale bisogna immaginarlo come una rete di vasi comunicanti: se uno si svuota, l’altro si riempie. Il problema, quindi, è bloccare il flusso. Ma come? La soluzione sta nel mettere in pari il livello di circolazione all’interno dei vasi. Fuori di metafora, si tratta d’implementare una politica dell’offerta che dia le medesime condizioni di vantaggio concesse ai privati da altri Paesi europei concorrenti. Possibilmente, però, senza ricorrere all’assurdo di consentire una svalutazione salariale competitiva. Perché i nostri lavoratori hanno già dato. E poi, occorre puntare a rianimare il mercato interno nazionale. Solo così potremo suggerire ai vari Moscovici che tramano da Bruxelles cosa farne delle loro stime catastrofiste.