Clausola di dissolvenza: Tav o Governo?

Si sa, Giuseppe Conte è un bravo avvocato. Che, in genere, ha a che fare coi cavilli. Il fatto è che è stato posto sulla poltrona più alta di Palazzo Chigi non dagli elettori e neppure dal Parlamento. Dalla sua maggioranza e, soprattutto, dai grillini. Lo sapeva e lo sa benissimo che con Matteo Salvini e Luigi Di Maio a fianco doveva ricordarsi almeno del titolo di quell’”Attenti a quei due” degli anni Settanta con la leggendaria coppia Tony Curtis e Roger Moore impegnati in avventure tanto fantasiose quanto comiche.

Solo il titolo, intendiamoci, giacché il film governativo in onda quotidianamente da noi non è (o meglio, non vorrebbe essere) comico, anche se in certi suoi passaggi sfiora qualche risata, peraltro soffocata sul nascere dalla coppia chigense, peraltro sempre in movimento, specialmente sui teleschermi pubblici che rimembrano visivamente il favoloso monopolio Rai d’antan ridotto, ora, a duopolio e molto, molto “attento a quei due”.

Che può fare dunque il buon Conte se non tirare a campare, sia pure muovendosi sempre a suo agio nelle promesse, nei giuramenti e nei progetti annunciati o in fieri, metti la Tav che, non lo dimentica lui e neppure noi, è stato l’argomento più acceso e urlato delle campagne grilline, con un “No” sempre più gridato ai quattro venti come solo i grillini sapevano fare. Ora un po’ di meno, dopo l’ascesa al governo che, di per sé, basta e avanza per frenare se non spegnere anche il più lieve gridolino di entusiasmo per chi lo emette e, soprattutto, per chi lo ascolta.

Sempre sulla questione Tav abbiamo voluto dare una nuova scorsa alle non poche videate dei giorni scorsi nelle quali, peraltro, le due visioni opposte (salviniane per il sì e dimaiane per il no) sono contrassegnate da quel gioco del dire e non dire, da una sorta di ambiguità, di doppiezza che, pure, non nasconde quel sì e quel no ma lo rende per dir così più agreable, quasi sottinteso e comunque sempre soffocato dal grido, quello vero: no, mai e poi mai una crisi di governo. Già, ma fino a quando? Alla prossima, dice qualcuno.

Si diceva della videata, cioè della conferenza stampa contiana, nella quale si è assistito ad una sorta di gioco delle parole nelle quali lo stile dell’avvocato ha preso il sopravvento sull’aplomb governativo pur conservandone la forma grazie, appunto, all’inseguirsi di frasi per vendere un successo che non c’è stato e per sbandierare una scelta che, grazie appunto a quel gioco, scivola dal no revocabile politicamente al sì necessitato economicamente.

In sostanza, e pur affermando che la “Telt conferma che i capitolati di gara non partiranno senza l’avallo del mio governo e del governo francese e che al momento si limiteranno esclusivamente a svolgere mere attività preliminari, senza alcun impegno per il nostro Stato”, il Premier non ha ottenuto alcun rinvio della pubblicazione dei bandi e, destreggiandosi abilmente nelle pieghe della nostra lingua, ha parlato in un successivo post sempre a proposito dei mitici bandi, dell’inesistenza di ulteriori vincoli giuridici ed economici da cui astenersi essendo, appunto, mere attività preliminari grazie alle quali vengono avviate le procedure di affidamento a quei lavori.

Risultato pratico? Sia Salvini che il ministro dei Trasporti francese hanno parlato e parlano di veri e propri bandi di gara. Appunto. Come ricordano gli esperti di questo campo, peraltro non semplice, “quello che ha ottenuto Conte è ciò che è in genere previsto nelle procedure di affidamento, e cioè la cosiddetta clausola di dissolvenza, ovverosia la facoltà per la stazione appaltante, la Telt, in qualunque momento di non dare seguito alla procedura, senza oneri ulteriori. Certo, prima dell’affidamento dei lavori passeranno sei mesi nei quali il nostro governo potrà ridiscutere quanto vuole il progetto coi francesi e la stessa Commissione europea, ma intanto che si chiami bando, invito o avviso, ciò che ha deciso il Cda della Telt equivale all’avvio di una procedura di affidamento, non poteva essere altrimenti e la lettera di Conte è stata ininfluente, superflua.

Clausola di dissolvenza, dunque. Ma su chi?