Salone del Libro di Torino: in morte del Pensiero unico

C’è nell’aria un pulviscolo, generato dall’effetto corrosivo della cronaca quotidiana sul pensiero umano, che annebbia la vista. Non solo quella della persona comune, catturabile con fantasmagorici effetti ottici. Se avessimo maggiore tempra, quel tanto da osservare la realtà da un angolo visuale più profondo, ci accorgeremmo che siamo testimoni di un accadimento del quale un giorno parleranno i libri di storia: la crisi di rigetto da parte della maggioranza del popolo del ruolo pedagogico ricoperto per molti decenni dagli intellettuali di sinistra. Gli stessi, un tempo organici al Partito comunista, che hanno preteso di modellare lo zeitgeist, lo spirito del tempo, a loro immagine. Per un pezzo della Prima Repubblica, e per l’intera Seconda, gli italiani hanno viaggiato su autostrade morali tracciate in tempi record dai pensatori delle giusta direzione.

Dalle casematte gramsciane del potere, solitamente confortevolmente arredate, gli intellettuali in corsa per la conquista dell’egemonia sulla società politica, si sono ritrovati a unire l’utile al dilettevole, a riempirsi le tasche dei soldi profusi a pioggia da uno Stato suddito dell’ideologia del Pensiero unico e, nel contempo, a impartire insegnamenti morali a masse d’individui pregiudizialmente ritenute inabili ad elaborare un autonomo giudizio critico. Siamo vissuti nel falso mito del potere della morale repubblicana affidata a speciali custodi quali sarebbero stati magistrati e intellettuali. La lotta per l’egemonia è diventata la corsa al controllo dei luoghi di ricomposizione del “Pensiero unico”, dalle redazioni dei media alle cattedre universitarie, agli uffici giudiziari, agli istituti di cultura accreditati, alle direzioni dei musei e delle biblioteche statali e comunali, al mondo dell’arte e della cinematografia.

Quale di questi spazi è rimasto immune dall’assalto delle truppe d’élite della sinistra egemone? Nessuno, o quasi. A cavallo tra gli anni Ottanta del Novecento e il primo decennio del nuovo millennio, le coordinate ontologiche della società civile sono state individuate su precisi punti cardinali: progressismo, multiculturalismo, morte delle patrie, destrutturazione culturale del gender, azzeramento della cittadinanza, annientamento delle differenze, messa a bando delle disuguaglianze in nome del dio egualitario, disgusto per la proprietà privata e per la ricchezza (altrui); primato consegnato all’economia, emarginazione della politica e sua subordinazione all’etica. Un mondo perfetto che aveva mostrato la sua magnanimità accettando in seno qualche spunto alternativo portato da intellettuali di destra, preventivamente sdoganati dal mainstream e ripuliti degli aspetti spigolosi e critici acquisiti nei luoghi filosofici da cui provenivano. E quel manipolo di intellettuali tanto generosamente ammessi al desco degli “herrenmensch”, la razza padrona al tempo della società post-industriale, avrebbe dovuto mostrare gratitudine rendendosi organico ai piani dei manovratori.

Tuttavia, accade che la Storia imbocchi sentieri misteriosi e imprevedibili. La gente, versione volgarizzata del concetto mainstream di opinione pubblica, comincia a non seguire il pastore ma a fare di testa propria. A pensare all’incontrario, a tirare fuori un sentire nascosto nel profondo della coscienza individuale e a condividerlo come cifra identitaria di un comune destino di popolo, a incrociare nelle forme del linguaggio le asprezze del messaggio dei barbari, dei reietti del pensiero, dei politicamente scorretti. Non è stato un innamoramento di una sola notte, c’è voluto del tempo perché sempre più persone dichiarassero di vederla diversamente, di dire, a proposito degli immigrati clandestini, a voce alta: “Non sono razzista, ma quelli lì a casa mia non ce li voglio”. E i padroni del Pensiero unico come hanno reagito? Battendo in ritirata nelle torri eburnee dell’autoreferenzialità, aggrappati a disperanti tautologie del tipo: siamo nel giusto perché noi siamo il giusto. Dai fortilizi dei loro dogmi hanno cominciato a scagliare palle di fuoco impastate con il fetido sofisma: non possiamo essere tolleranti con gli intolleranti.

Da strateghi della conquista del potere, hanno compreso che avrebbero dovuto abbandonare le pianure del pensiero semplice, brulicanti di masse d’ingrati e d’ignoranti, per difendere l’ultimo bastione dal quale si erge l’antenna della comunicazione. Fin quando vi sarà modo di andare in onda, la causa del Pensiero unico non sarà perduta, ma solo rinviata a tempi migliori, questo l’imperativo categorico impegnativo per tutti gli orfanelli del politicamente corretto. Ma, si saranno giurati, è vitale che il nemico non penetri nella fortezza assediata. Si tenesse pure il popolo bue ma non mettesse piede nei luoghi sacri del mainstream. È la sintesi di ciò che è capitato la scorsa settimana al Salone del libro di Torino.

L’autoproclamatasi umanità migliore, progressista nel pensiero e antifascista nello storytelling, ha pensato di compiere un atto di forza pretendendo l’esclusione dalla Fiera di una casa editrice in odore di neo-fascismo, vicina a CasaPound, che si è macchiata del peccato inemendabile di aver pubblicato un libro-intervista a Matteo Salvini. Gli artefici della prodezza progressista si scambiano reciproche pacche sulle spalle in segno di felicitazioni per il risultato ottenuto mediante il consapevole ripescaggio di elementi costitutivi dello Stato etico, perno e supporto di qualsiasi totalitarismo. Intellettuali bolsi e mediocri scrittori che si fanno ritrarre in posa sui resti dello stand smantellato nottetempo della casa editrice AltaForte, come in un fotogramma strappato a un momento di tregua in una caccia grossa. Pensano costoro di aver ottenuto una grande vittoria impedendo che idee alternative, eterodosse, eretiche avessero cittadinanza all’interno di una delle casematte sopravvissute al sisma della volontà politica popolare. Scimmiottando le gesta degli eroi delle Termopili hanno creduto di fermare il vento del libero pensiero con le sciabole di cartone di una pretesa superiorità morale. Pensano di essere vivi quando invece sono già morti. E quell’odore acre che intorpidisce l’olfatto dell’opinione pubblica non è il fumo della battaglia vinta, ma il lezzo di un pensiero in necrosi. Che dio accolga nel suo grembo misericordioso le loro anime. Ma senza fare troppe domande.