Retata di leghisti a Legnano, Di Maio ringrazia

Altro che Tangentopoli. Siamo al Biglietto della Fortuna “Cinque Stelle”. Non è che non avessimo messo nel conto la possibilità che i grillini, in evidente affanno nei consensi, potessero ricevere un aiutino da qualche corpo dello Stato interessato a mantenerli al potere. Ma la gamba tesa con la quale una parte della magistratura è piombata nel mezzo della campagna elettorale per le europee, lascia pochi dubbi in proposito. Le indagini, come si dice in questi casi, è giusto che seguano il loro corso, del tutto svincolato dall’agenda della politica, ma quando a dieci giorni dall’apertura delle urne spuntano inchieste da tutte le parti, avvisi di garanzia come funghi e, come a Legnano, pioggia di manette agli amministratori leghisti e forzisti, si è autorizzati a pensare male. Anzi, malissimo. Soprattutto se, quasi in simultanea con l’esecuzione dei provvedimenti giudiziari, scatta la dichiarazione preconfezionata per i media del solito Luigi Di Maio che, novello Cicero, esclama pro domo sua: “ il sistema dei partiti continua ad essere fortemente inquinato, spuntano tangenti ovunque, giorno dopo giorno e la scelta in vista delle europee sembra essere sempre più chiara: il 26 maggio la scelta sarà tra noi e questa nuova tangentopoli”. Se commentassimo una partita di calcio diremmo che quello servito dalla Procura di Busto Arsizio con i mandati di arresto per il sindaco leghista di Legnano e due assessori della sua giunta, è l’ennesimo assist del regista (togato) al giovane bomber grillino, palesemente stressato dalla posizione in classifica della sua squadra, difficile da consolidare. Non è di pallone che si tratta ma di vita reale. Siamo alle solite di una democrazia destinata ad essere teleguidata da remoto. Che siano i salotti impolverati dei cosiddetti “Poteri forti” o le austere stanze della giustizia, è un  dettaglio di contesto. I Cinque Stelle sono giunti al potere con l’imprimatur di una parte della magistratura che ha visto nella loro affermazione l’occasione per realizzare l’agognata “Repubblica della legalità”, più prosaicamente lo “Stato manettaro”. In passato, la corrente della magistratura in lotta per l’egemonia sull’intero sistema democratico aveva puntato sulla sinistra risorta dalle ceneri dell’ ex-Partito comunista italiano.

Ma, la ondivaga permeabilità della classe dirigente Pds-Ds ad assimilare una cultura totalmente giustizialista e, sull’altro versante, la presenza di un’opposizione liberale e garantista tenacissima, resiliente sul fronte dei diritti fondamentali dell’individuo, hanno fatto abortire il piano di conquista. Lo sconvolgimento del quadro politico con la vittoria di una forza dichiaratamente antisistema e giustizialista quale il Cinque Stelle ha ridato fiato alle ambizioni dei fautori della società dei presunti colpevoli. La modifica in senso restrittivo dell’Ordinamento giuridico penale avrebbe dovuto accompagnare il pogrom delle classi dirigenti dei partiti all’opposizione, residuati bellici della “Seconda Repubblica”. In prospettiva, sarebbe stata risparmiata la sola Lega nella misura in cui si sarebbe limitata a svolgere il ruolo ancillare di partito di supporto ai grillini per completare la trasformazione in senso autoritario-giustizialista del Paese. Non era nel conto che la Lega, da gregario, crescesse nei consensi popolari fino a diventare il dominus della scena politica, in danno ai pentastellati. Ecco allora che, in campo, scende personalmente il “regista” che distribuisce una serie di cartellini rossi ai competitori. È iniziata con l’affare Siri, il sottosegretario leghista alle Infrastrutture e Trasporti raggiunto da un avviso di garanzia e dimissionato dal presidente del Consiglio in persona. Poi la Lombardia, con il Presidente della Regione, il leghista Attilio Fontana, preso di striscio dagli schizzi di fango di un’intricata indagine sulla corruzione in Lombardia. Anche per lui un pubblicizzatissimo avviso di garanzia. Considerando marginale l’episodio che ha visto coinvolta l’europarlamentare forzista Laura Comi, anch’ella raggiunta da un avviso di garanzia per un’ipotesi di reato di finanziamento illecito, oggi è caduto il fulmine a ciel sereno della “retata” di Legnano. Il sindaco leghista Gianbattista Fratus, l'assessore al Bilancio, Maurizio Cozzi di Forza Italia e l'assessore alle Opere pubbliche Chiara Lazzarini “sono finiti agli arresti con l’accusa di turbata libertà degli incanti, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e corruzione elettorale”. Contestazioni pesantissime di cui si potrà capire qualcosa solo dopo la chiusura delle urne del prossimo 26 maggio. Intanto per Lega e Forza Italia la polpetta avvelenata è servita. Per di più, quest’ultimo è un colpo assestato al cuore della Lega. Perché Legnano non è una cittadina qualsiasi dell’alto milanese. Legnano, nell’immaginario simbolico leghista, è la terra madre; è il luogo della battaglia da cui tutto ha avuto inizio; è il Carroccio e il mitico Alberto da Giussano che ancora campeggia sui petti dei parlamentari leghisti, nonostante la dilatazione nazionale voluta da Salvini.

Se c’è un posto dove t’immagini di trovare a combattere e a cadere per l’ideale uno della Lega quello è Legnano. I finanzieri che portano via il sindaco è come aver visto ammanettato Alberto da Giussano in persona. Fa male al morale. E ai sondaggi. Dobbiamo aspettarci che accada altro nelle prossime ore? In fondo dieci giorni sono pochi, ma sufficienti per recare il maggior danno possibile all’immagine vincente di una Lega in crescita costante, pronta a mollare gli ormeggi per tornare, se del caso, a rifare il centrodestra con i vecchi compagni di strada. Sarà pure tutto regolare e legittimo nell’operato dei magistrati, ma questa inchiesta puzza. Eccome se puzza.