L’odio politico obnubila le menti

La vicenda del tabaccaio di Ivrea ha innescato un gran fermento. Un sacco di gente, anche tra coloro che dovrebbero riflettere prima di parlare, ha colto la palla al balzo per scagliarsi contro la riforma made in Salvini, come se quel fatto fosse stato determinato dall’affidamento nutrito nella nuova legge.

Per dirla chiaramente, sembrerebbe quasi che costoro fossero in attesa dell’occasione propizia, per rincarare la dose e ribadire la pericolosità delle nuove norme.

Diciamo subito che, riservato ogni giudizio sulla dinamica del fatto, sostenere che il tabaccaio ha sparato confidando sull’impunità assicuratagli da Matteo Salvini è una sciocchezza. Una sciocchezza detta in malafede al solo scopo di addossare al nemico politico la responsabilità di un sentimento diffuso di cui, come sappiamo, si è fatto interprete e portavoce. Salvini cavalca la rabbia, magari la alimenta, ma non ne è l’ideatore.

Non è neppure il monopolista, atteso che basta leggere le cronache degli ultimi anni per comprendere quanto sia tornato utile, di volta in volta, il populismo del diritto penale.

Infine, se ho bene inteso i fatti, parlare di legittima difesa in questo caso sarebbe quantomeno azzardato.

La questione, dunque, non è la legge e neppure le sue molte imperfezioni tecniche. Il tema è, ancora una volta, Salvini, che si vorrebbe quasi indicare come vero assassino della vittima, dimenticando che il tabaccaio possedeva già la pistola. Penso che dovremmo interrogarci sulle ragioni che hanno determinato il livore verso i malfattori e il disprezzo per le loro vite; dovremmo chiederci perché ogni giorno di più tendiamo ad emulare i texani o i giustizieri dell’Alabama.

Dare la colpa a Salvini, in questa prospettiva, non è solo riduttivo: è la prova che l’odio politico obnubila le menti. Pas d’ennemis a gauche, vero?