I regimi di vario tipo in Italia (e nel mondo) passano, il Partito radicale – per ora – resta. Così, oggi alle 11, a Roma, in viale Alessandro Manzoni 1, nella sala dell’Auditorium Antonianum, proprio il Partito radicale transnazionale transapartito (quello vero) inizierà i lavori del suo quarantunesimo congresso. Il primo nell’era del populismo di lotta e di governo. In un Paese allo sbando dal punto di vista dei valori liberali e della cultura – nonché spesso del normale raziocinio – sarà oltremodo difficile lanciare parole d’ordine sullo Stato di diritto, l’economia liberale o il governo sovranazionale dei popoli. Ma tant’è. Le idee radicali e quelle liberali, ancorché di nicchia in Italia come in Europa, restano le uniche foriere di progresso e benessere per il futuro, in Paesi chiusi in un immaginario egoista e securitario dove la giustizia ormai si è trasformata in giustizialismo. Quando non in vendetta verso gli ultimi nonché contro i propri avversari. Politici e non. Nell’Italia gialloverde, segnatamente, a nessuno interessa niente delle condizioni dei suddetti ultimi, siano essi carcerati (“se sono in galera qualcosa avranno fatto”), dei poveri, degli emarginati sociali e degli immigrati. La verità è che la stessa burocrazia che negli anni ha trasformato lo Stato in un potenziale nemico dell’individuo adesso si appoggia con entusiasmo a questa nuova mentalità “qualunquista”, più che populista, per cui vige il famoso articolo quinto: “chi ha in mano ha vinto”. E infatti non appare una casualità se nella nuova proposta di modifica dello statuto del Partito radicale inviata per mail a tutti i 3mila iscritti del 2017 e del 2018 – gli stessi che hanno reso possibile l’organizzazione di questo 41esimo congresso – quando si parla dei “diritti dell’uomo” si ipotizza di cambiare la dizione in “diritti della persona”. L’altisonanza retorica della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, quasi ovunque non rispettati nei fatti anche da Paesi cosiddetti democratici, ha finito per svuotare un concetto che fa venire alla mente i grandi pensatori dell’Ottocento e del Novecento e le lezioni di storia al liceo classico. Ma nulla più.

I diritti della persona, cioè del singolo, dell’individuo, che non devono essere compressi per vere o più spesso false “ragioni di Stato”, rendono invece molto meglio l’idea delle lotte radicali. Che proprio per questo partono dal basso (carceri, droga, emarginazione, minoranze interne ed esterne di ciascun Paese) e poi tendono verso il dialogo più alto con le istituzioni. I radicali, che hanno inventato quelle disobbedienze civili che adesso in molti, soprattutto a sinistra un po’ scimmiottano o tirano fuori Ad usum Delphini, basano infatti i propri rapporti politici, anche quando le democrazie diventano un po’ democrature o regimi come in Italia oggi, sul pieno rispetto delle leggi vigenti e delle istituzioni. Mirando, con la disobbedienza civile e con il digiuno di dialogo a minare le fondamenta, spesso costruite sul nulla di leggi assurde e ingiuste. Ma mai a rivoluzioni violente di piazza o con avanguardie armate, come invece è sempre avvenuto nel dopoguerra nel nostro paese. A sinistra ma anche a destra. Nessun revanchismo viene coltivato. Si combatte per il diritto del singolo ad emanciparsi dalla massa, non per sostituire una plebe violenta con un’altra uguale e contraria.

È il fondamento di ogni Stato liberale. E non a caso l’amministrazione della giustizia – che in Italia con un eufemismo si può dire che lasci molto a desiderare – per il Partito radicale, sin dai tempi del processo 7 aprile, prima, e poi del caso Tortora, rimane la questione fondamentale. È lo Stato di diritto il primo motore immobile da cui discendono tutte le libertà e tutti i benesseri. Non si può minacciare la riforma della giustizia (magari per rivalsa contro una decisione della magistratura che non è stata gradita al potente di turno), bisogna farla e basta. Come diceva il compianto Marco Pannella, “quando in un Paese vi è strage di legalità prima o poi avvengono anche le stragi degli esseri umani”. E, purtroppo, qualche assaggio in tal senso già lo abbiamo avuto.

Dunque, buona fortuna e lunga vita al Partito radicale.