I didn’t leave the democratic party, the democratic party left me

La lettura dei giornali sotto l’ombrellone dà ormai per fatto l’accordo non solo M5S e Matteo Renzi, ma tra il M5S e tutto il PD. Ci si volesse lasciar andare alle freddure dovremmo chiederci se terra-piatta e scie-chimiche entreranno a far parte del programma del nuovo governo (e fuori di battuta, coloro che, come chi scrive, si occupano di politica giudiziaria magari dovrebbero domandarsi se finalmente i grillini riusciranno, ad esempio, a conferire alle Procure poteri che non hanno in nessuna democrazia occidentale o ad abolire l’appello).
Ma bisogna ricacciare la tentazione di celiare dinanzi a certe capriole ideologiche, perché di scherzare non c’è nessuna ragione: che persone asseritamente a sinistra possano anche solo ipotizzare di apparentarsi al grillismo lascia stupefatti.

Di più, ci troviamo di fronte ad un caso di scuola di cecità politica nonché di grave carenza di cultura storica. So bene che in quest’epoca non c’è limite all’indecenza politica, al pressappochismo e al trasformismo più miserabile. Ma la pretesa di trasformare una banale questione di poltrone (resa drammatica dalla presenza di innumerevoli senza-mestiere tra gli scranni del Parlamento) in una riedizione Fronte di Liberazione Nazionale pare davvero troppo pure per questa temperie storica.

Fate pure. Per quel poco che conta sarò implacabile nel sottolineare gli inevitabili cedimenti alle evocazioni populiste, giustizialiste e assistenzialistiche del movimento di proprietà di Grillo e Casaleggio. Ma evitatetici la chiamata alle armi contro i barbari alle porte, ché se proprio ci vogliamo rifare alle categorie storiche di “destra” e “sinistra”, viene difficile pensare a qualcosa di più di destra dell’ultrapopulismo manettaro e straccione del M5S.

In ogni caso, “not in my name”. Per chi, come chi scrive, affonda solide le proprie radici nel pensiero liberale progressista (lib-lab si sarebbe detto in un tempo che appare lontanissimo) è probabilmente giunto il momento di affermare, per dirla con Ronald Reagan, “I didn’t leave the democratic party, the democratic party left me”.