La piazza c’è ma ci vuole lo spazio politico

Quando Matteo Salvini esclama al Senato che il Premier Giuseppe Conte si deve abituare alle piazze, ha mandato di certo un preciso avvertimento. Ma lo stesso, se Salvini ci farà caso, non può non essere rivolto, prima o poi, a se stesso – e alla Meloni che della piazza è sembrata l’indiscutibile soprano – nella misura e nei tempi e anche nell’urgenza che il nostro direttore ha bene specificato quando ha sottolineato che l’obiettivo sia per il leader della Lega che per quella di Fratelli d’Italia è l’allargamento a forze diverse e al loro coinvolgimento. Per un centrodestra che vuole vincere.

La sostanza del ragionamento è squisitamente politica nel senso e nella misura con cui occorre guardare ad un’opposizione per la quale il cammino davanti non può non essere una sorta di traversata del deserto, intendendo esattamente con questo termine non tanto o soltanto la durata del nuovo Esecutivo ma soprattutto la consapevolezza per il centrodestra che il futuro sarà un’opportunità concreta di una chiamata alle urne di successo, purché l’allargamento si materializzi non più ripetendo slogan e sventolando bandiere inneggianti ad un ritorno a portata di mano sostitutivo del Conte bis, ma ad un lavoro ai fianchi dello stesso.

La narrazione di questa crisi, aperta incautamente da Salvini, ci offre una panoramica a dir poco deludente del poco che resta di una politica della quale sembrano smarrite le vie maestre, al di là delle inondazioni quotidiane sia mediatiche (televisive) che (specialmente) dei social, il cui uso e abuso rischia di trasformarsi in un fatale gioco degli specchi in cui si riflettono bensì giuste attese e deprecazioni contro i ribaltoni, ma soprattutto le immagini forzate e forzose di un successo inebriante ma antecedente e comunque convesso dentro una sorta di autogaranzia che nega di per sé il compito e la fatica di comprendere quello che i leader di una volta definivano semplicemente il “come stanno le cose”.

E le cose non stanno di certo in quell’assonnante elenco della spesa che il “mite” Conte ha sciorinato davanti ad una Camera dei deputati ottenendo peraltro dissensi frequenti e insistiti, ma anche per questi ultimi e per il loro prevedibilissimo replay al Senato il tempo della riflessione non può non prevalere su un impeto che, sia il responso finale con l’approvazione della nuova maggioranza sia la stessa (e prima) nomina europea di Paolo Gentiloni, è destinato ad affievolirsi, al di là delle piazze di ieri, di domani e di dopodomani, qualsiasi sia la bandiera che ne verrà issata.

C’è un’assenza berlusconiana, dalla peraltro riuscita manifestazione dell’altro giorno, che è stata archiviata in fretta, se non addirittura liquidata, da certe e non nuove uscite salviniane con toni e affermazioni che non danno l’impressione, almeno per ora, di perseguire quell’allargamento manco si trattasse di un bagaglio fastidioso, di un peso più o meno morto, di una perdita di tempo nel cammino impetuoso e vittorioso. A parte il fatto, non secondario, che un centrodestra senza il o un centro rientra nei disegni imperscrutabili degli astri.

Il dissenso netto di Forza Italia rispetto alle modalità piazzaiole non è disgiunto comunque dalla sua ribadita opposizione al Partito Democratico, ai pentastellati e ai loro impressionanti ribaltoni, dal “No” a tutto – poteri forti, vecchi e morenti partiti e alle loro poltrone, al Parlamento inciucista e scatola di tonno – sottolineando e plaudendo ad un ritorno esattamente nelle sedi nelle quali si esercita quella volontà popolare che la democrazia autentica e la nostra Costituzione sanciscono solennemente.

E la parlamentarizzazione di questa crisi comporta non soltanto il cambio di un linguaggio esaltato e di modalità per dir così extraparlamentari, ma un vero e proprio cambio di passo nel quale sia lo scontro che il confronto vanno ricondotti nella strada maestra di una politica nella quale prevalgano finalmente quei programmi e quei progetti sui quali è sceso sia il velo di una traballante nuova maggioranza, sia le contrapposte urla dissenzienti della quali si può ben dire che il loro finale (per ora) può iscriversi nella teatralità di un melodramma fatto di parole condite di acuti contro il poltronificio al potere. Parole, insomma.

La vera posta in gioco per chi governa riguarderà dunque le cose da fare, che non sono poche e sono urgenti, ma anche per chi è contro l’urgenza di un’alleanza-allargamento-spazio politico è impellente in una sfida nella quale l’illusione di successi rapidi e, quel che è peggio, solitari, è densa di pericoli se non di autentica impossibilità. Politica e numerica.

Ora e sempre vale l’antico detto, anche e soprattutto nella costruzione dell’auspicato allargamento: chi ha più tela da tessere… Tela, non parole.