Il cetriolo della rimodulazione

In tema di conti pubblici, ogni governo italiota ha le sue parole d’ordine, onde ulteriormente disorientare un popolo da sempre piuttosto restio ad occuparsi della noiosa materia del bilancio. E mi sembra di poter dire che in questo delicato frangente per la finanza pubblica, sotto la spada di Damocle di oltre 23 miliardi di clausole di salvaguardia pronte a scattare il primo gennaio, la “rimodulazione” costituisca il termine più significativo per sintetizzare la titanica lotta che i nostri eroi giallo-rossi stanno ingaggiando con la spietata realtà dei numeri. Numeri che, ovviamente, non tornano mai in questo disgraziatissimo Paese di poeti, santi, navigatori e treccartari.

Tuttavia è sempre più probabile che attraverso una banalissima rimodulazione dell’Iva si riescano a reperire i tanti miliardi che mancano alla complessa quadratura del cerchio annunciata dai geni della lampada al potere, a cominciare da quei 7,2 improbabili miliardi che dovrebbero arrivare dal contrasto all’evasione, ma che quasi certamente resteranno nel libro dei sogni dell’attuale ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Tant’è che lo stesso Gualtieri, cercando in qualche modo di crearsi un terreno favorevole alla futura “stangatina”, durante la sua ultima audizione al Senato sulla Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza si è così espresso: “L’aumento dell’Iva non è una delle fonti di finanziamento delle misure della manovra. Tuttavia questo non esclude che si possano valutare rimodulazioni, puntando a rendere più equo ed efficace il meccanismo che ha visto la giustapposizione di aliquote diverse su diversi beni. La rimodulazione dell’Iva – ha sottolineato – non c’è nella Nadef, dove c’è la completa sterilizzazione delle clausole di salvaguardia. Ma questo non esclude che si possano valutare rimodulazioni di un sistema che non è sempre razionale”.

Ora, conoscendo i miei polli, quando il guardiano di turno dei conti pubblici esprime nello stesso pensiero tre micidiali paroline, ovvero “rimodulazione”, “equo” e “razionale”, è assai probabile che egli le stia utilizzando a mo’ di lubrificante propagandistico per rendere meno doloroso il cetriolo che si appresta ad appioppare all’ignaro e ignoto contribuente.

A questo proposito, alcuni autorevoli osservatori hanno già indicato alcuni precisi settori in cui applicare con un semplice tratto di penna la rimodulazione equa e razionale del ministro Gualtieri: quello alberghiero e quello della ristorazione. Settori che attualmente sono gravati da una imposta sul valore aggiunto del 10 per cento.

Basterebbe, infatti, applicare su tutti i relativi esercizi l’aliquota ordinaria del 22 per cento e il giochino equo e razionale è presto fatto. A quel punto i miliardi che mancano all’appello farebbero il loro trionfale ingresso nel bilancio del Governo della svolta, ammesso e non concesso che la domanda di servizi di ristorazione e alberghieri – così come correttamente si chiede il bravo Mario Seminerio sul suo blog – rimanga sostanzialmente inalterata, malgrado il più che raddoppio dell’Iva. Ma poco importa se codesta stangatina equa e razionale dovesse produrre una certa qual contrazione nel relativo gettito fiscale.

Una volta implementata la macchina meravigliosa della rimodulazione della più recessiva e regressiva delle imposte, ogni problema legato al nostro bilancio colabrodo verrà risolte con estrema facilità. Parola di giovane marmotta.